Battiato e le sue radici: gli anni ’60 e ’70

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Torneremo Ancora è il titolo dell’album di Franco Battiato da poco uscito e che, a dispetto del titolo, rimarrà l’ultimo capitolo della sua discografia.

Si è molto parlato di Battiato in questo periodo, non sempre in modo corretto. Tra rivelazioni sulla sua malattia e smentite, si è alimentato un circo che sicuramente non sarà piaciuto al musicista siciliano. Noi abbiamo scelto di parlarvi della sua storia, partendo da dove tutto iniziò. Dai favolosi anni sessanta.

Sicuramente per chi è abituato a considerare Franco Battiato come l’azzimato autore de La Cura, ci sarà qualche sorpresa.


La storia discografica di Battiato inizia nel 1967. In Italia siamo in pieno beat, mentre negli USA già si vive la Summer of love. Con Giorgio Gaber alla produzione Franco Battiato viene lanciato come cantautore di protesta. La Torre, Le Reazioni, Il Mondo va così e Triste come me rappresentano il suo debutto. In questo periodo Battiato abbandona il nome di battesimo Francesco, per evitare confusioni con Guccini, stesso genere ma già più in auge.

Nel 1968, mentre esplodono le contestazioni giovanili, Battiato passa alla Philips e cambia genere.

È il pop romantico la sua nuova cifra. È l’amore gli dà un primo, effimero successo, vendendo 100mila copie.

La musica di queste prime incisioni appare oggi datata, ma sbaglia chi pensa che quei pezzi non abbiamo alcun legame col Battiato che verrà. Le melodie limpide, i richiami alla musica classica e la caratteristica voce del Maestro ci sono già. Anzi, si può intuire qualcosa del Battiato della svolta pop più qui che nel periodo di sperimentatore.

Tuttavia, un po’ come oltremanica faceva Dylan, uso a cambiare genere e posizioni politiche nel momento di massimo successo, nel 1971 Battiato abbandona repentinamente le canzonette. In Italia, come sempre in ritardo di qualche anno, sta per esplodere il prog. Sarà l’unica stagione feconda per il rock italiano, sempre avaro di soddisfazioni, e Battiato ne sarà uno dei massimi protagonisti.

Inizialmente si unisce agli Osage Tribe, band di jazz rock progressivo.

Quando questi pubblicano il primo – ottimo – lavoro, Franco li ha già lasciati. Rimane traccia del suo passaggio in Un Falco nel Cielo e come autore di Hajenhanhowa. Collabora anche coi Capsicum Red, band progressiva di Red Canzian, futuro bassista dei Pooh.

I tempi sono maturi per il primo, scioccante capitolo del Battiato prog.

È il gennaio del 1972 quando esce Fetus. La copertina, celebre e controversa, di Gianni Sassi, i temi trattati e l’introduzione massiccia della musica elettronica, ne fanno un lavoro imprescindibile. Battiato è tra i primi al mondo, preceduto forse solo dai Pink Floyd, a usare il VCS 3. Si tratta di un sintetizzatore analogico, allora pura fantascienza. Al di là di queste caratteristiche, il lavoro rimane ampiamente fruibile, quasi facile se confrontato a ciò che verrà. Brani come Una Cellula vantano strutture ancora legate al pop.

C’è ancora il tempo per un singolo che offre un ulteriore volto di Battiato: La convenzione/Paranoia. Sono due brani dal forte impatto rock, quasi blues nel secondo, e testi surreali e corrosivi che paiono sancire l’allontanamento di Franco da certe smanie underground.

Con Pollution il Maestro siciliano sposta più in su l’asticella. Se gemme come Plancton conservano una loro fruibilità nella forma canzone, il resto sono lunghe cavalcate di prog elettronico. Qualcosa di mai sentito fino ad allora.

Nel frattempo le collaborazioni si susseguono e i suoi live fanno sempre parlare per la sghemba ma unica presenza scenica del protagonista.

La Finestra Dentro, con l’amico di sempre Juri Camisasca, è forse la più riuscita. Un folk progressivo dai testi surreali che rimarrà una delle perle nascoste degli settanta. E cementerà lo splendido rapporto con Camisasca, artista con cui condividerà spesso anche importanti passaggi di crescita spirituale. Proprio di queste ore sono le rassicuranti dichiarazioni di Juri sulla salute di Battiato.

Il percorso prog di Battiato e la sua completa avulsione dal pop vanno avanti, complici anche le collaborazioni col suo maestro di musica contemporanea, Stockhausen. Sulle corde di Aries, forse il capolavoro del periodo, e Clic, portano ancora più avanti il discorso. Da Clic viene estratta e utilizzata come sigla del Tg2 Dossier Propiedad prohibida, che acquista così maggiore notorietà. Non c’è più nulla di pop, ma qualcosa di nuovo e mai sentito. Una commistione di prog elettronico e musica contemporanea di forte suggestione.

Siamo appena nel 1974 e l’anno successivo con M. elle Gladiator Battiato saluta l’etichetta Bla Bla e il prog.

Passato alla Ricordi incide tre album di musica contemporanea: Battiato, Juke-Box e L’Egitto prima delle sabbie. Il suo percorso sembra ormai avviato verso una musica sempre più d’elite. Ma, come già detto, è inutile prevedere la prossima mossa, quando si ha a che fare con personaggi come Franco Battiato. Ed è così la svolta, imprevedibile e inattesa: in ritorno alla musica pop con L’era del cinghiale bianco.

Da allora questa sarà la nuova veste di Battiato, un pop raffinato e d’autore, ricco di citazioni colte.

Franco_battiato

E non solo, sempre più icona pop il cantautore approfondirà con successo numerose altre forme d’espressione. La pittura e il cinema, soprattutto; la collaborazione per i testi con filosofi come Manlio Sgalambro e le incursioni nella musica classica. Sempre con un occhio a classifiche e vendite milionarie.

Insomma, un’altra lunga storia da raccontare e che vi narreremo.
Sperando in un ultimo colpo di scena che possa vedere il suo ritorno in scena.
Perché Torneremo Ancora.

Andrea La Rovere
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2 commenti su “Battiato e le sue radici: gli anni ’60 e ’70”

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