Faith – La rinascita in chiave “noir” degli Hurts

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A tre anni di distanza da Desire, gli Hurts tornano a scuotere la scena musicale “mainstream” con Faith, nuovo album rilasciato il 4 settembre 2020 sotto l’egida della Warner Music.

A un decennio da Happiness, acclamato esordio che portò il duo Synth-Pop formato dal vocalist Theo Hutchcraft e dal polistrumentista Adam Anderson, gli Hurts ritornano con un album frutto di un lungo e impervio percorso fatto di difficoltà, confusioni, rischiate separazioni e dissidi intimi e interiori.

Hurts Faith

Sul punto dello scioglimento nel 2018 a causa delle difficoltà interiori di Anderson, gli Hurts tornano con Faith in una sorta di riscoperta in chiave ancora più “noir” del loro “sound originario”

Duo synth-pop promettente, in grado di strizzare l’occhio ad artisti del calibro di Depeche Mode e Gary Numan senza abbandonare il contatto con la contemporaneità e la ricerca per uno stile più “personale”, nonostante gli oramai dieci anni di carriera sembra non essere riuscito (non ancora) a spiccare il volo.

E’ impossibile infatti, andando ad osservare i numeri social portati dalla loro pagina facebook (1.1 milioni di fan) o dei due account degli artisti (mancando un account unitario), non notare un “sottodimensionamento” di pubblico rispetto alle aspettative che persino gli addetti ai lavori avrebbero formulato dopo le prime uscite.

Nonostante un percorso impervio, forse più difficile dell’aspettato, Theo e Adam ritornano sulle scene con un quinto album che, non privo di difetti e mancanze, ha il sapore della “riconciliazione” non solo personale ma anche musicale.

Con Faith di fatto ci ritroviamo di fronte ad un lavoro tonico, nel complesso genuino ed in grado di presentare un ottimo biglietto da visita di un sound che sembra riportare il duo su piani musicali più sinceri e sentiti, oltre che estremamente dark

Malinconia ed una leggiadra drammaticità sono gli elementi sempreverdi più udibili nelle sintetiche note del duo, a fare da zoccolo duro ad un album che è in grado di proporre sulla sua tavolozza diverse tonalità di colore.

Passiamo infatti dalle carismatiche e coinvolgenti Voices e Somebody, che tra linee vocali catchy e coinvolgenti groove sono tra le tracce più orecchiabili e commerciabili di Faith, alle “retrospettive” e oscure Suffer e Liar, tracce che tra elettroniche dal gusto schiettamente “Depeche Mode” e sound gloomy ed oscuri rappresentano due degli episodi di più elevata caratura dell’album.

Con All I Have to Give e Redemption si va incontro al bianco opaco di due ballate minimali dove gli spogli arrangiamenti a supporto delle leggiadre linee vocali di Theo riescono a costruire atmosfere solenni, sentite ed emotive.  

Con Slave to Your Love il duo inglese va invece ad affondare il pennello nel rosa pastello e nel bianco candido di un pezzo dal taglio profondamente romantico e “vintage” mentre l’ending dell’album, affidato a Darkest Hour, torna alla ricerca di un sound solenne e malinconico ma culminante con poderose mura di elettronica e chitarre.

Alla fine del percorso, però, nonostante i molti colori trasmessi dalla tavolozza degli Hurts alla tela dell’ascoltatore, Faith è un album che lascia con un certo senso di incompletezza e con un leggero amaro in bocca

Non privo di difetti o di pezzi non esattamente convincenti (fra tutti la fin troppa minimale Fractured) Faith è un album che non riesce a colpire il centro né nel campo dell’orecchiabilità mainstream né in quello dell’elettronica più ricercata.

Alle canzoni sembra sempre mancare quel carisma, quell’esplosività e quella riconoscibilità in grado di trasformarle in un tormentone mentre, allo stesso tempo, la più che apprezzabile ricercatezza sonora non viene coadiuvata da un set variegato di scelte strutturali, musicali, armoniche o anche soltanto dall’approfondimento e sviluppo di alcune delle ottime idee presentate nell’album (vedasi la mancata esplosività della slanciata Somebody o gli esperimenti più industrial rappresentati dal duo Fractured e Numb che, nonostante il tentativo di spezzare gli schemi risultano piuttosto vuoti e incapaci di decollare).

Nel complesso Faith si presenta come un buon album concepito con l’evidente amore di un progetto musicale che, partendo come grande promessa, ha rischiato di perdersi prima ancora di spiccare il volo. La speranza è che dopo Faith, ritrovata la fede nella musica (e nel progetto) arrivi anche quella maturazione che dopo dieci anni di percorso sarebbe necessaria per rendere, una volta per tutte, una grande promessa della musica un vero e proprio grande (e meritato) successo.

Leggi anche: Versions of the Truth, l’intimo e minimale nuovo album dei Pineapple Thief (LINK)

Lorenzo Natali
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