Buon compleanno Lucio – 4 Marzo 1943

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“Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare. Parlava un’altra lingua, però sapeva amare…”.

La riconoscete, no? Sì, lo sappiamo, è ignobile da parte nostra interromperla proprio sul più bello, ma in fondo sappiamo anche che nella vostra testa o addirittura sulle vostre labbra ha già preso forma il seguito di questa meravigliosa canzone e forse ancora adesso non riuscite a fare a meno di intonarla sotto voce. Fate pure. Oggi è il compleanno di Lucio Dalla. Tutto è permesso. E in questo giorno speciale in cui si allentano i vincoli, quale miglior pezzo di uno che ci introduce, già dal titolo, in una data qualsiasi che tanta importanza può avere per molti sul calendario?

Ci piace ricordarlo così, Lucio. Un po’ come quell’uomo, senza nome, senza terra, senza un segno distintivo che possa farcelo rivedere in mezzo alla folla, reale.

Perché, per quanto fosse attaccato alla realtà, ciò che forse ci manca di più di quell’ometto villoso è la capacità di catapultarci in mondi immaginari, perciò possibili. Venuto dal mare, come certi venti che riportano il navigante a riva o lo allontanano da casa. Come certe tempeste che lampeggiano a largo, nella notte, ed è bello guardarle, vederle infuriare, pur sapendo che, presto o tardi, potrebbero investirci a pieno. Perché Lucio era anche questo, brezza e tempesta, e non vi era possibilità di scampo. Con la sua carica ti prendeva, con il suo tocco ti commuoveva.

Parlava un’altra lingua? Eccome se la parlava! Quelli che, a sentirlo cantare, potevano essere scambiati per gorgheggi privi di senso, un farfugliare di sillabe slegate tra loro, altro non erano che un linguaggio, il suo linguaggio. E, come in una lingua, cercava di comunicare qualcosa, lo stato d’animo del momento, un’emozione fugace. E tutto, ma proprio tutto aveva come punto di arrivo e di partenza l’amore: l’amore per la vita, l’amore per quell’istante che non torna, ma, soprattutto, l’amore e la fiducia nell’uomo. Perché Lucio Dalla ci credeva nell’uomo, anche quando le cose vanno male a causa sua. Sapeva che l’uomo è un po’ come la vipera: il suo veleno è pericoloso, ma è anche l’unico antidoto a se stesso.

Lucio Dalla e quel “Gesùbambino”

La canzone 4 Marzo 1943, presentata al Festival di Sanremo del 1971, che valse al cantautore il terzo posto sul podio, non voleva essere un brano autobiografico. Il titolo originario avrebbe dovuto essere Gesùbambino, ma capite bene che più di una questione avrebbe potuto sollevare le rimostranze di ampie fasce della popolazione. Non solo dalla parte dei puristi della lingua che avrebbero sentito profanata la tanto preziosa norma che impone uno spazio bianco tra due parole; ma anche da chi, indispettito da un così palese attacco alla propria fede, avrebbe alzato gli occhi al cielo e gridato: “Non c’è più religione!”.

Anche Lucio Dalla era incappato nelle maglie della censura. E, se proprio avesse voluto farlo ascoltare quel brano, a Sanremo e nelle trasmissioni radiofoniche, avrebbe dovuto correggere i passaggi, diciamo così, “scottanti”. Il testo, che porta la firma della storica dell’arte Paola Pallottino, fu sensibilmente ritoccato. A partire dal titolo. Per quanto il protagonista della canzone possa mostrare qualche affinità con Gesù, almeno per quanto riguarda i natali, l’accostamento era davvero troppo per l’epoca, così a Dalla venne in mente una soluzione semplice e geniale: mettere la sua data di nascita, a ricordo di un bambino che era cresciuto senza padre.

Restavano, però, almeno altre due correzioni da fare. Il verso “mi aspettò come un dono d’amore fino dal primo mese” suonava, in origine, come “mi riconobbe subito proprio l’ultimo mese”. Cambia, no? Nel primo caso, nella versione emendata, quella che poi fu accolta a Sanremo, la madre sembra ciò che dal suo ruolo ci si aspetterebbe: attenta, premurosa, amorevole. Nel secondo, riconosce il presunto “dono d’amore” da ultimo e per forza, quasi non potesse fare altrimenti. Insomma, meglio una madre modello che una madre degenere.

Le modifiche, però, non erano ancora finite. Quel ritornello finale che diceva: “e ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino, per i ladri e le puttane sono Gesùbambino” proprio non ci voleva. E allora perché non sostituirlo con il più innocuo “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesùbambino”? In fondo ogni tanto bisogna scendere a compromessi per poter continuare a dir la propria. Dalla lo sapeva bene. Ma forse ciò che non sapeva era che avrebbe continuato a darci tante altre lezioni. Per molti anni ancora.

Massimo Vitulano
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