Massimo Ranieri, lo scugnizzo compie 70 anni

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Massimo Ranieri ha raggiunto oggi un importante traguardo, i 70 anni, ma non sembra intenzionato a fermarsi. Un bene per tutti noi, che da anni lo sentiamo come “uno di casa”.

Se sotto il vostro stesso tetto abita qualcuno appassionato di musica italiana, magari che si crede anche esperto del settore, provate a domandargli se conosce Giovanni Calone. Lo capirete dallo sguardo smarrito che non ha la più pallida idea di chi sia. Ma non tenetelo troppo sulle spine, perché, in fondo, è una domanda infingarda e in cuor vostro sapete che se al posto del nome di battesimo gli aveste detto il nome d’arte di questo gigante della canzone italiana, forse vi avrebbe dato del filo da torcere.

Del resto dietro a un nome si nasconde una storia, sempre. E quella di Giovanni Calone non ha mai smesso di vivere, neppure di fronte al successo che, sotto nuove spoglie, quelle di Massimo Ranieri, da decenni continua ad accompagnarlo nel suo cammino.

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Un giovanissimo Massimo Ranieri.

L’infanzia partenopea

La Napoli di Massimo Ranieri era una città affollata, molto più affollata di quella di oggi. Nel 1951, quando il cantante nasceva, si contavano più di un milione di abitanti (1.010.550, per l’esattezza). Le ferite della guerra erano ancora aperte, ma la città cercava di reagire, di uscire da una diffusa condizione di miseria per ripartire. Fu in quello stesso anno che il governo di Alcide De Gasperi iniziò ad elargire finanziamenti per il rilancio delle regioni meridionali attraverso la Cassa per il Mezzogiorno. Non sempre i soldi dettero i risultati sperati: parte dei finanziamenti si perse in mega appalti finiti nelle mani di gente poco raccomandabile o legata alla Democrazia Cristiana da interessi clientelari.

Sta di fatto che un vero sviluppo tardò ad arrivare, come sperimentò sulla propria pelle Massimo Ranieri. Massimo, al secolo Giovanni Calone, era il quarto di otto figli. Una famiglia numerosa, certo, ma tutto sommato non un caso isolato. L’alto numero dei componenti, unito al modesto salario del padre operaio, rese l’infanzia di Giovanni drammatica. Il quartiere del Pallonetto di Santa Lucia dove abitavano, vicino al porto, era uno dei più popolosi. Giovanni imparò presto che le braccia non erano fatte per giocare, ma per lavorare. E di lavori ne fece tanti, per quanto fosse ancora solo un bambino. Fu garzone di bottega, strillone di giornali, guardamacchine. Ancora oggi ricorda con una punta di amarezza quell’infanzia negata.

Massimo Ranieri, un nome che cambierà le cose

Le cose, però, cambiarono nel 1966. Massimo Ranieri aveva quindici anni. Capitava spesso che, dopo tanti lavoretti, concludesse la giornata esibendosi con la sua voce travolgente in un ristorante di Santa Lucia frequentato da artisti. Peppino, il proprietario, lo presentò ad Aura D’Angelo, che a sua volta gli fece conoscere il musicista Enrico Polito. Fu la sua salvezza. Con Polito avrebbe portato al successo alcuni dei suoi brani più noti, da Rose rosse a Vent’anni, passando per Se bruciasse la città ed Erba di casa mia.   

Ma Polito, che il mondo dello spettacolo lo conosceva da molto più tempo, gli disse che non sarebbe andato tanto lontano con un nome come quello che si trovava iscritto nei registri dell’anagrafe. Troppo partenopeo. Serviva qualcosa di più alto, più rispettabile, in un certo senso più signorile. Si pensò all’elegante nome del principe Ranieri di Monaco. Deciso. Da quel momento il pubblico avrebbe ricordato un solo nome: Massimo Ranieri.  

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Massimo Ranieri con la maschera di Pulcinella. Fonte: http://www.massimoranieri.it/

Napoli nel cuore

Gli anni a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta furono i più felici per la sua carriera di cantante, quelli che contribuirono a formarne il mito. Un mito che dovette scendere più volte a compromessi. La Cgd, la sua prima casa discografica, gli offrì un contratto, ma ad una condizione: mai e poi mai avrebbe cantato in napoletano. Duro colpo per il quindicenne squattrinato che, nonostante tutto, alla sua terra, fatta di tradizioni, ma anche di quell’inconfondibile inflessione dialettale che aveva partorito il primo vero modello di canzone italiana, era affezionato. I tempi, però, lo imponevano, e l’era beat non lasciava spazio a tentennamenti nostalgici.

La radice, però, non sempre si riesce ad estirpare. E, nel caso di Massimo Ranieri, la pianta della canzone dialettale aveva radici così profonde che neppure le vigorose braccia del mercato discografico sarebbero riuscite ad eliminarla una volta per tutte. Fece di nuovo capolino nel 1972, nell’album ‘O surdato ‘nnammurato, il primo disco registrato dal vivo. L’eponima canzone, assieme ad altri brani della tradizione, come Reginella, Comme facette mammeta, ‘O sole mio, aprirono una breccia nel cuore del suo pubblico. E da quel momento non ci fu più bisogno di assecondare le richieste dall’alto. Il popolo aveva parlato.  

Primo in classifica fino a conquistare Sanremo

Il successo fu immediato. Il Cantagiro, Canzonissima, Sanremo: non ci fu palco in cui si esibì senza riportare una vittoria e finire per settimane ai vertici delle classifiche.

E a Sanremo scriverà anche una pagina memorabile del festival, quando nel 1988 trionferà con Perdere l’amore. Non fu esente da critiche, però. Il brano in gara, composto da Giampiero Artegiani e Marcello Marocchi, era stato presentato da un altro cantante, Gianni Nazzaro, alle selezioni dell’edizione 1987, ma la commissione lo scartò. Immaginatevi l’astio di Nazzaro quando seppe che il suo brano sarebbe stato interpretato a Sanremo da un altro. Fu un colpo al cuore, lo riconosciamo, ma c’è da chiedersi questo: canteremmo ancora Perdere l’amore se il suo interprete non fosse stato Massimo Ranieri?

Massimo Ranieri con Perdere l’amore al Festival di Sanremo del 1988.

La parabola di questo poliedrico artista ci insegna qualcosa. Ci insegna che la vita molto spesso è avara e non dispensa a tutti doni in egual misura. Allo stesso tempo, però, ci invita a non demordere, a non rinunciare. L’occasione propizia c’è, ed è forse dietro l’angolo di quella strada che ci sembra inutile svoltare. E facciamocelo questo pugno di metri, anche se le gambe stentano a seguirci! Perché la strada continua e ciò che conta è non smettere mai di andare avanti.

Massimo Vitulano
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