Janas, Souls of Diotima: recensione

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Molto spesso, quando si parla della Sardegna, le prime cose che vengono in mente sono le vacanze passate in riva al mare chiaro ed incontaminato mentre si sorseggia una Ichnusa ghiacciata o un buon bicchierino di filu ferru o mirto.

Beh, in effetti il territorio sardo è famoso per questo suo lato turistico, ma è molto di più! A livello storico e culturale è una terra ricca di tradizioni e antichi misteri come testimoniano le nuraghe o i vestiti dei Mamuthones e degli Issohadores che sfilano durante il carnevale mamoiadino.

Tradizioni che vengono riprese anche dagli artisti sardi di ieri e di oggi come, ad esempio, i Tazenda del compianto Andrea Parodi, il rapper Salmo che ha recitato nel cortometraggio “Nuraghes S’Arena” oppure i simpaticissimi thraser sassaresi Alkohlizer.

Una terra, quella sarda, che poi è diventata un punto di riferimento anche per altri artisti “stranieri” come il buon Fabrizio De André, che si trasferì in Gallura assieme a Dori Ghezzi (e finì rapito), oppure i Lacuna Coil che hanno scelto il deserto della Sardegna per ambientare il video di “Within Me”, giusto per fare due nomi.

Bene, tra questi nomi da oggi dovrete aggiungere anche quello dei Souls of Diotima con il loro quarto lavoro in studio intitolato “Janas”. Nello specifico sono Claudia Barsi alla voce, Giorgio Pinna alla batteria, Antonio Doro al basso e Fabio “The Black Mask” Puddu alle chitarre.

Ma andiamo ancora di più nello specifico, sì la ripetizione è voluta, all’interno del loro album dove le sonorità metal incontrano il Mar Mediterraneo ed i misteri della Sardegna.

The Black Mask: i secondi iniziali possono ricordare, vagamente, la techno, ma poi è il frastuono tellurico con intermezzi melodici firmato da Doro, Pinna e Puddu a prendere il sopravvento.

La voce di Barsi emerge poi dai riff grezzi ed arrabbiati mentre, come nel calderone delle streghe di Salem, ribollono i versi dei Mamuthones famosi per la loro macabra danza e le maschere nere con abiti di pelli di pecora e campanacci. Va detto poi che questo intreccio sonoro potrebbe far ricordare i Sepultura dei bei tempi.

Largo dunque sia ai protagonisti del carnevale mamoiadino ed ai Souls of Diotima, il viaggio all’interno di “Janas” è appena iniziato.

Sleep Demon: il groove viene sempre spinto ai cento all’ora mentre Barsi tesse la sua rete melodica sorretta da fili sinfonici con i giusti interventi in growl di Doro. Per chi conosce gli olandesi Epica, sa benissimo che questa ricetta funziona alla perfezione.

The Princess Of Navarra: nonostante le iniziali sonorità sempre elettriche, in questa traccia trova un certo spazio la dimensione più acustica e poetica della band. La chitarra acustica, strumento per eccellenza delle ballad, qui narra la storia della bellissima principessa di Navarra costretta alla fuga per vivere la sua storia d’amore proibita con un servo. Ovviamente al padre di lei la cosa non è andata a genio e, come un certo “stereotipo” da favola, l’ha rinchiusa in una torre, ma per fortuna è riuscita a scappare grazie a degli amici.Fuggendo su una barca, la coppia di amanti riuscì a raggiungere la costa della Sardegna, e riuscì persino a scampare alla tempesta grazie all’invocazione della Madonna.

Tornando ai sardi dei “giorni nostri”, qui la band arricchisce ulteriormente il brano con momenti corali davvero potenti che fanno subito piombare l’ascoltatore su quel guscio di noce che era la barca dei due innamorati.

Janas: il basso apre le danze con un cipiglio incazzato il giusto e le chitarre fanno il resto con giri distorti in palm muting.La title track parla dunque degli esseri mitologici più famosi della Sardegna, le janas o gianas, che possono venire descritte sia come delle gentili fate, ma anche come delle perfide streghe. A voi la scelta del dualismo dunque.

The Dark Lady: figura onnipresente in tantissime culture sia nei panni della morte, come cantavano gli Uriah Heep, che di una povera vedova sventurata, come narrano varie leggende, qui la “donna in nero” assume un carattere molto più elettrico grazie alla melodica chitarra di Puddu ed alla voce carichissima di Barsi.

Ichnos Superhero: cori epici, trascinanti cavalcate strumentali, una voce che si erge sopra il frastuono, parti narrate ed un titolo che dice tutto! Seriamente, a voi non basta un titolo come questo per ascoltare il brano?

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My Roots: chitarre belle effettate e distorte vi danno il benvenuto come un pugno in faccia a ricordarvi che “le mie radici sono vive”. Problemi?

Maty: ritornano i giri acustici con un’elettrica in sottofondo per un crescendo continuo che, immutabile come le Nuraghe, vi darà l’impressione di camminare dove l’acqua tocca la terra ed il cielo.

Mediterranean Lane: la rotta già tracciata dall’ex Genesis Steve Hacket nel suo ultimo “Under a Mediterranean Sky” qui lascia a casa gli strumenti acustici ed etnici per lasciare spazio ad un groove più affine ai Nightwish più arrabbiati. Cosa perfettamente dimostrata dalla sovrapposizione di voci femminili che giocano a rincorrersi in oscuri corridoi sonori.

Sherden: gli Shardana, ma anche Sheradana o Sherden, erano delle antichissime popolazioni del Mare la cui identità, per alcuni, corrisponde a quella dei moderni sardi. Il coro iniziale sembra confermarlo, voi da che parte state?

In conclusione che posso dire di “Janas”? Non lo considero un disco e basta, ma un vero e proprio viaggio all’interno di una terra misteriosa e ricca di fascino come solo la Sardegna sa essere. Dove le leggende nascono e muoiono nel mare e gli spiriti inquieti vagano nelle zone più brulle dell’entroterra.

Un viaggio destinato a continuare, in Janas, e che spero di poter vedere in ogni sua singola tappa. Guide per eccellenza, ovviamente, i Souls of Diotima!

Vanni Versini

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