Under A Mediterranean Sky di Steve Hackett: il viaggio dell’ex Genesis [Recensione]

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Under A Mediterranean Sky è il nuovo album dell’ex Genesis Steve Hackett, in uscita il 22 gennaio 2021 per Inside Out Music, ispirato alla cultura millennaria del bacino del Mediterraneo.

Non è passato molto tempo dal primo e tragico lockdown che ha inchiodato tutto il mondo, non che ora la situazione sia migliore ma si fa quel che si può, e nella cara vecchia Inghilterra non è stato solo Paul McCartney a cogliere la palla al balzo per fare un nuovo album.

Al pari dell’ex Beatles, anche l’ex Genesis Steve Hackett ha pensato bene che, dato che non si poteva uscire di casa se non per vere necessità, l’unica cosa sensata da fare era prendere la sua fida chitarra e lasciare che questa traghettasse dita e pensieri verso mete più placide e allegre.

Dei luoghi che si possono rinvenire solo navigando “sotto un cielo mediterraneo”, Hackett ne parla diffusamente, in questo suo “Under A Mediterranean Sky”, il ventisettesimo album in studio. Ma vediamo un po’ meglio di che cosa di stratta.

Medina (The Walled City): “rullo di tamburi, si alza il sipario” queste sono sicuramente le prime parole che vengono alla mente quando si stendono le prime maestose note d’apertura del disco. L’arrangiamento orchestrale di Roger King, però, lascia spazio alla vena più classicheggiante di Hackett che si esprime alla perfezione attraverso delicati arpeggi intrecciati sulle corde di nylon. Il “gioco al rimpiattino”, decisamente progressivo, prosegue poi per tutta la traccia facendo immergere l’ascoltatore nelle vie e nella cultura dell’antica capitale di Malta.

Medina infatti, al pari di molti altri territori del Mediterraneo, fu meta di popolazioni che spaziavano dai fenici, ai romani, agli spagnoli fino agli arabi e tutto questo è perfettamente visibile, oltre che udibile, se ci si lascia cullare dalle melodie. Un viaggio nella storia insomma con una colonna sonora degna dei migliori film d’autore.

Adriatic Blue: come le vele degli antichi navigatori di un tempo che fu, la seconda traccia prosegue dritta sulla via acustica e rilassata. Un po’ come una piccola barca che, spinta da una leggera brezza, naviga sicura lungo acque calme, azzurre e piene di pesci. Qui il “capitano” Hackett è saldamente al timone della barca in questione sfoderando tutta la sua maestria e tecnica con scale ed arpeggi dal sapore esotico ed ammaliante. Quasi come se avesse una meta in testa e si stesse preparando psicologicamente per l’arrivo al porto.

Gli appassionati di videogiochi poi, troveranno in questo “Adriatico blu”, un rimando a non poche musiche dei fortunati capitoli della lunghissima saga di “The Legend of Zelda”.

Scirocco: potevano mancare, in un album come questo, i venti come già ci ha insegnato il nostrano Murubutu nel suo “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”? Assolutamente no! Infatti era immancabile il caldo vento di Scirocco, citato anche dal buon Francesco Guccini, con i suoi ritmi desertici e sensuali danzanti sulle note di un tar, una sorta di liuto persiano, suonato dal virtuoso azero Malik Mansurov. Gli appassionati di cinema potranno dunque individuare, tra queste note variopinte, le stesse atmosfere che si respiravano nel colossal del 1962 “Lawrence d’Arabia” con il mitico Peter O’Toole.

Joie de Vivre: una sensazione che non si è respirata molto in quest’ultimo periodo, ma che cela dietro ad una serie di note ben distribuite, tutta la sua serendipità.

Calma, frenesia, amore, odio, quiete e bufera si avvolgono delicatamente l’uno all’altro andando a completare quella sorta di strana e folle armonia che è la vita con le sue gioie ed i suoi, ahimè, immancabili dolori, Under A Mediterranean Sky.

The Memory Of Myth: il mito non è mai mancato nello sconfinato bagaglio dei Genesis in epoca Peter Gabriel, basterebbe citare solo la meravigliosa “Lamia” tratta da “The Lamb Lies Down On Broadway” per farsi un’idea, ed il buon Steve non è da meno. L’apertura, questa volta, tocca al malinconico violino di Christine Townsend subito seguito dagli armonici e dai giri più flamenco di Hackett. Giri che poi decide di cambiare leggermente più cupe e che strizzano l’occhio al Medioevo come già fatto nel suo disco del 2015 “Wolflight”.

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Scarlatti Sonata: la passione per la musica classica di Hackett, al pari di illustri colleghi come Steve Howe degli Yes, non è mai stata un mistero al pari di quella di moltissimi altri fautori del verbo progressivo in Europa. Quindi perché non cimentarsi nella celebrazione di Domenico Scarlatti, uno dei nomi più conosciuti all’interno di quel magico periodo che fu il Barocco?

Casa del Fauno: con un titolo in italiano, come lo erano molte opere classiche, il mito torna a cavallo di arie più delicate ed operistiche mostrando tutte le sue meraviglie all’ascoltatore che ne rimarrà subito ammaliato. Come il mitologico satiro Pan, anche qui compare il flauto, ma stavolta è suonato dal fratello minore di Steve, John Hackett, che riporta subito alla mente la natura giocosa (in tutti i sensi) della creatura caprina.

Ricordiamo poi che John Hackett, oltre ad essere un polistrumentista, ha suonato con il fratello sin dall’esordio solista di “Voyage of the Acolyte” del 1975, ma anche con i Symbiosis, con l’ex Genesis Anthony Phillips nel suo esordio “The Geese and the Ghost” e tanti altri ancora. Un intervento più che gradito e che rende questa traccia ancora più preziosa, un po’ come una piccola pietra luminosa incastonata in un collier.

The Dervish And The Djin: si ritorna in Medio Oriente come testimoniano il tar del “ritrovato” Malik Mansurov, il duduk di Arsen Petrosyan a simboleggiare i venti desertici, ma soprattutto l’oud di Hackett. Anche lo stesso titolo incarna poi due figure tipiche di quella cultura quali sono il danzatore derviscio, naturalmente con tutti i suoi attributi mistici, ed il jinn. Quest’ultimo è una sorta di “genio” malvagio, quindi dimenticatevi quello buono e figo di Robin Williams per la Disney, molto più tendente all’inganno ed all’omicidio rispetto all’esaudire i desideri di sventurati pellegrini. L’asprezza del territorio e di quest’ultima figura mitologica è poi perfettamente descritta dalle sonorità acide e jazz del sax soprano di Rob Townsend.

Lorato: tra i brani più brevi di Under A Mediterranean Sky, ma non per questo meno interessanti, questa “Lorato” va a dimostrare ancora una volta l’indiscussa maestria di Hackett anche quando non imbraccia la fida Les Paul.

Andalusian Heart: flamenco, flamenco ed ancora flamenco signore e signori! Del resto, con un titolo così, non ci si poteva certo aspettare di meno. Non va però scordata la sapiente mano di King che, ancora una volta, aiuta Hackett ad arricchire la sua tavolozza di colorazioni sonore.

The Call Of The Sea: si sa che un marinaio non rimane mai troppo a lungo nello stesso porto, la chiamata del mare e della libertà è irresistibile ed il buon Hackett lo sa benissimo. Pare infatti che, con quest’ultima traccia, raccolga tutte le sue cose, le metta sulla barca, prepari la vela e parta alla volta di nuovi mari, mondi ed avventure sonore.

Arrivati a questo punto di Under A Mediterranean Sky dovrei dire qualcosa di sensato e colto, ma lascerò che a farlo sia il celeberrimo chitarrista inglese. Hackett ha infatti dichiarato

“In questo periodo di isolamento, spero di riuscire a farvi viaggiare con la mente, magari accompagnando l’ascolto con un buon bicchiere di vino”

Ed io non posso che essere d’accordo.

Aggiunta immancabile per le collezioni degli amanti della musica strumentale e ottimo rimedio per scacciare via la tristezza del 2020 appena finito.

Vanni Versini
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3 commenti su “Under A Mediterranean Sky di Steve Hackett: il viaggio dell’ex Genesis [Recensione]”

  1. Credo che la Medina del pezzo d’apertura e a cui faccia riferimento il pezzo di Hackett non sia quella della cittadina Maltese, ma quella che si trova in Arabia Saudita e in cui siano sepolte le spoglie di Maometto.

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