Nei Letti degli Altri, Mahmood: recensione

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Nei letti degli altri ci porta in tutti i letti di Mahmood. Una rilettura di Una stanza tutta per sé, ecco il nuovo album di Mahmood uscito il 16 febbraio per Island Records.

L’altro giorno mi trovavo per terra.

Avevo appena passato una giornata orribile e le mie coinquiline passavano a turno a farmi pat pat mentre piangevo sdraiata per terra e mi chiedevo come mai non andasse mai bene niente di quello che faccio (for any reason, ever, no matter what, no matter where, or who, or who you are with, or where you are going, or where you’ve been, ever, for any reason whatsoever).

Comunque, non sono tante le tematiche che si possono affrontare in preda ad un’evidente crisi circondati da persone in una stanza ad uso pubblico. Non mi sarei mai sdraiata a terra in sala per quel ragazzo che mi ghosta su Instagram ma mi mette like alle stories o quella che mi manda frecciatine su tutti i social da 6 mesi accusandomi di ogni cosa al mondo. Per quello c’è un altro spazio adibito ad hoc: la camera da letto.

Sull’immaginario legato al culto della camera da letto e su come esso sia la nuova tendenza dei prodotti culturali di tipo introspettivo hanno già scritto penne più illustri di me (vedi Cosmopolitan), ma non era ancora uscito l’ultimo album di Mahmood quindi ora vi dovete sorbire me.

Nei letti degli altri non è un album rivoluzionario a livello di sound, si direbbe che è-tutto-molto-Mahmood, ma è importante parlarne per due ragioni: la prima è che è un album ottimo e la seconda è che è un album che mostra – per la prima volta – Alessandro.

Nei Letti degli Altri, Mahmood: recensione 1

Mahmood è sempre stato molto amato sia per il suo talento straordinario e la sua capacità di fare propri diversi stili sia per il suo carattere che rende veramente facile affezionarglisi. Ho avuto il piacere di partecipare alla conferenza stampa in cui ha presentato Nei letti degli altri e sentendolo raccontare di questo progetto non posso fingere di non essere diventata una bimba di Ale.

Non solo perché ero circondata da muffin al cioccolato (strepitosi), una mostra di immagini di letti e di altri (con al centro Mahmood nel suo letto) e tanti “zio” e “zia” (come li chiamava lui) che gli chiedevano delucidazioni illustri come “Ma cosa significa threesome?” mentre lui rispondeva a tono, ridendo e canticchiando. Ma soprattutto perché – a differenza della quasi totalità degli artisti che ha parlato dei propri progetti – ho ritrovato in Nei letti degli altri tutto ciò che mi aspettavo. E di più.

Nei letti degli altri (che da ora chiameremo NLDA come fa lui) è uscito lo scorso 15 febbraio e vede Mahmood mostrarsi Alessandro, con tutte le fatiche che questo comporta. Terzo album di una carriera breve ma intensa che ha segnato la musica italiana (sì state zitti), qui per la prima volta Mahmood rompe quei muri che gli impedivano di mostrarsi veramente fragile. Da ora, quindi, chiunque provi a dire “eh ma fa sempre il figo” o “alimenta la cultura machista” non ha più argomenti. Ma andiamo con ordine.

Perché comunque Mahmood ci prova a mostrarsi macho man con un’intro in featuring con Slim Soledad in cui tra l’italiano e l’inglese fa lo spaccone. È nato sotto il segno della Vergine (lo rivendica con un po’ di imbarazzo: “Siamo veramente pesanti”), i cambiamenti non sono proprio una cosa che ama. E poi arriva la hit, anche qui gioca in casa: Tuta Gold.

“Non sai cos’è una tuta?” è stata la vera frase memorabile di questa edizione di Sanremo, di cui è stato senza dubbio il vincitore in incognito. Tuta Gold è il solito Mahmood che sì ok soffre ma non troppo perché comunque va ai rave. Ha 5 cellulari nella tuta gold ma non ti richiama: uno la sente e pensa, mamma mia lui non ha un problema al mondo. Dalle botte delle medie al padre che lo sputtana nelle interviste, non versa una lacrima nemmeno a pagarlo.

E invece. Invece COCKTAIL D’AMORE (primo singolo, rilasciato lo scorso novembre) butta giù tutti gli altarini: “Sono un bugiardo se ti faccio vedere che ho tutto sotto controllo”. Ha! Con questa canzone si dischiude finalmente la prima parte dell’album – che dà il nome al brano successivo e all’intero progetto.

I letti degli altri sono quelli dove si dorme sempre scomodi, in cui tendenzialmente non si rimane troppo a lungo. Sono quelli dove ci si spoglia, ma mai fino infondo. “Ma anche le stanze degli hotel quando ero in tour eh, non pensate sempre male”, ok Ale diciamo così ; ). Sono in stanze di altri, con altre cose sul comodino (o addirittura niente, grandissima red flag) e altri vestiti negli armadi.

Nel caso di Mahmood, come illustra nel brano NEI LETTI DEGLI ALTRI, sono spesso un’ossessione. Non tanto il prato più verde, quanto quelli in cui la persona che dovrebbe amarlo probabilmente preferirebbe stare. Un’ossessione che lo fa soffrire così tanto da impedirgli di parlarne. Non per nominare sempre Sally Rooney e l’incomunicabilità però ecco ci siamo capiti? È un brano intimo, sicuramente meno orecchiabile di altri ma che sa entrare dentro. È intenso e merita il suo posto nel cuore del progetto.

TUTTI CONTRO TUTTI arriva subito dopo ed è uno dei pezzi più belli. Apre il capitolo successivo e ci porta in una stanza molto particolare, la stanza di quando eravamo bambini. Chi sa cosa vuol dire raggiungere un certo grado d’indipendenza e poi ritrovarsi di nuovo a casa coi genitori sa bene cosa significhi.

Per chi si è perso questo pezzo di pop culture, nel 2021 il palazzo dove Mahmood aveva appena comprato il suo primo appartamento ha preso fuoco ed è stato completamente evacuato. Sebbene anche qui Alessandro faccia fatica a non mostrarsi eroe impavido (“Lotteremo soli contro tutti, tutti, tutti contro tutti”), ci consoliamo: anche con qualche zero in più, gli affitti a Milano hanno lo stesso effetto sulla salute mentale di tutti (“Tanto so che domani mi toccherà cercare dimora / ‘Sta città un po’ mi fa paura”).

Nei Letti degli Altri, Mahmood: recensione 2

Segue BAKUGO, molto più introspettiva, particolare, lunga. Qui Alessandro rinuncia totalmente a muri e difese e non ha paura di raccontare tutto ciò che lo fa stare male della relazione che sta vivendo, mixando passato e presente. Un po’ come quando tornare a casa significa anche tornare al paese, tornare a rivivere le relazioni che ci hanno plasmato (per non dire traumatizzato) e ripensare a tutto ciò che saremmo potuti essere se fossimo rimasti lì.

Gli concediamo un’ultima NEVE SULLE JORDAN (il feat Della Madonna con Capo Plaza) in cui mostrarsi gradasso, perché sul finale in camera sua ci dobbiamo entrare per forza.

NEL TUO MARE non è il brano che tutti hanno repostato nelle stories di Instagram a caso. È la vera perla di NLDA, che inizia proprio con Alessandro che si sveglia da solo e su questa solitudine si interroga. Come sarebbe andata se quella storia non fosse finita, come mai l’altro ha un “nuovo tipo” mentre lui ripensa ai viaggi e ai litigi insieme.

Mettersi a nudo non vuol dire solo raccontare quando si sta male. Con PARADISO, feat con Tedua e Chiello, si racconta anche dell’innamoramento e di come a volte per disarmarci completamente basta semplicemente un sorriso. Li sentite quei paradisooh, paradisooh in sottofondo? È un sample dell’esibizione di un coro, come racconta proprio lui, ridendo di come sia la sua ossessione del momento (a Sanremo, infatti, ha portato un coro di tenores sardi).

Se mi leggete da un po’ sapete che ad un ultimo brano strappalacrime ne preferisco sempre uno che riassume tutto l’album, e STELLA CADENTE è la perfetta sintesi e conclusione di NLDA. C’è la voglia di capirsi (“Forse miglioro davvero andando in analisi”), c’è l’autocommiserazione che amiamo (“Io compro la mia prima casa e non mi chiedi com’è / Mi son sentito grande per la prima volta anche se dopo sei mesi ha preso fuoco / Era una stella cadente”). C’è la dedica al padre, un memo vocale (forse registrato per la psicologa?). C’è tutto quello che ci si aspetta di trovare nella stanza disordinata e piena di scatole – conseguenze di tour, traslochi, incendi e relazioni finite male – di Mahmood.

Guardo la mia stanza, dopo otto traslochi in cinque anni. Sul comodino gli eye patch per quando faccio tardi e non voglio che si veda (non servono assolutamente a niente in realtà), due libri che mi mettono ansia perché non ho ma tempo di leggerli. Nel muro non mancano mai copertine di giornali e foto di Harry Styles, nei cassetti non mancano mai i cristalli (tranne nelle notti di luna piena e luna nuova!). Cose che a prima vista mi assicurerebbero soltanto un viaggio di sola andata al CSM e che invece per me sono imprescindibili dovunque io mi voglia sentire a casa.

E penso che Mahmood non si metta mai a nudo come quando parla dello zaino dei Pokemon, l’unica cosa che si porta dietro dalla casa in fiamme e con cui si ritrova a fissare la strada aspettando che passi il mezzo di trasporto che lo poterà dalla mamma. Penso che l’importanza della cameretta sia stata analizzata solo in relazione alle ragazze e che quindi sia degno di nota che sia un uomo ora ad aprirci la porta della sua stanza.

Non dobbiamo aspettarcela a colori pastello come quella di Olivia Rodrigo, ma in entrambe gli artisti si ritrovano a chiedersi quante volte abbiano nascosto la testa sotto le coperte invece che reagire alle difficoltà. Ed entrambi rispondono: “It’s me who’s been making the bed”, alla fine il mio letto me lo faccio io.

Giulia Scolari
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