The Symbol Remains, Blue Oyster Cult: recensione

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E chi se l’aspettava. Nel 2020, un nuovo album dei Blue Oyster Cult, una band entrata nel mito, nella leggenda, che ha avuto influenze enormi sulla musica come la conosciamo oggi. Sul metal, sul rock tutto, sulla soundtrack. The Symbol Remains è uscito il 23 ottobre 2020 per l’italiana Frontiers.

E fra il nuovo album di Sufjan Stevens, l’esordio di Old Kerry McKee, il ritorno degli Enslaved, non potevano avere posto migliore i BOC con The Symbol Remains: di nuovo, sempre e per sempre, un concept album.

The Symbol Remains, nuovo capitolo dell’infinita saga delle ostriche blu, il primo dal 2001, anno nel quale uscì The Curse of the Hidden Mirror; nonostante la scomparsa dalle sale di registrazioni, i Blue sono stati attivissimi live, e Eric Bloom e Buck Dharma hanno continuato a rodare la formazione, che include anche Richie Castellano alle tastiere e seconde voci, Danny Miranda al basso, e Jules Radino alla batteria.

Ecco, la pubblicità che la Frontiers Music ha fatto al ritorno della storica formazione è stata eccellente: dalla ristampa del fin troppo poco celebrato Heaven Forbid (qui la nostra recensione), al lancio del singolo – eccellente – Tainted Blood, fino a rumors, chiacchiericci di fondo, su una riedizione – aggiornata – dell’epica moderna fumettistica avventurosa rappresentata da Imaginòs, uno degli album più influenti e più belli della storia dell’heavy metal; e se, dunque, vi sovvengono le note di Del Rio Song, di Astronomy, di Don’t Fear the Reaper, di Make Rock not War da Club Ninja, di ogni hit da Secret Treaties (qui per la recensione), lanciatevi nell’ascolto di The Symbol Remains. Perché non si rimarrà delusi.

The Symbol Remains, Blue Oyster Cult: recensione 1

In un mondo musicale, armonico, tecnico, strutturale, che Dharma e Bloom hanno sostanzialmente contributo in prima persona a creare, The Symbol Remains si inserisce con un’incredibile coerenza interna, maestria e, soprattutto, uno stile unico che ha caratterizzato i BOC sin dai lontani anni ’60: un mix, intelligente e ben calibrato, di virtuosismo, sonorità tipicamente blues ma suonate con strumenti heavy metal, produzione accuratissima – che, in quest’epoca di mixing digitali asettici, riporta al calore gracchiante dei 45 giri, nella voce di Bloom, che ha, ancora, un timbro elegante e mascolino al contempo.

Si susseguono dunque brani come la intro That was me, cattivona nei riff di Buck Dharma, che ricorda i migliori eventi di Club Ninja, mentre brani come Box in my Head e Edge of the World possiedono il gusto per il melodico che rese celebri i BOC con Agents of Fortune – mantenendo, dunque, la sensazione di trovarsi non in un album hard rock, ma in una vera e propria opera classica, sebbene suonata con un numero piuttosto esiguo di strumenti. La tendenza al pauperismo è palpabile (ed apprezzabile) anche nell’eccezionale singolo Tainted Blood, brano che, trent’anni fa, sarebbe stato una hit radiofonica – anche, se devo ammetterlo, ho avuto la fortuna (mista a stupore) di sentirlo a Radio Capodistria – e in The Machine, il cui riff iniziale perfettamente calibrato intrattiene senza strafare ed omaggia, musicalmente, un mondo, positivo ed ingenuo, scomparso da decenni. Stesso feeling, lievemente sottotono, e, forse, anche un po’ scimmiottante, si ha in The Return of St. Cecilia (omaggio all’antichissimo brano St. Cecilia, dell’epoca pre Sandy Pearlman). La tendenza al divertissment dei BOC è qui rappresentante da Train True, un boogie progeggiante che manderà in visibilio gli ascoltatori pretenziosi.

La gemma di The Symbol Remains – la Astronomy – è però The Alchemist.

Una suite di sei minuti interpretata splendidamente da Bloom, che non ha perso il cipiglio, né la capacità espressiva, e che esplora temi lovecraftiani – con contrappunti, ripetizioni, tappeti sonori elegantissimi in intelaiature di basso, piano, Hammond. Dopo tanta opulenza, quasi scialbe appaiono le successive tracce: Secret Road, che si fa apprezzare per un refrain piuttosto catchy ed un gran lavoro ritmico di Radino, mentre There’s a Crime nulla aggiunge da quanto espresso dalle altre tracce hard ‘n heavy di The Symbol Remains. Fight, che, con uno sporco motorino d’avviamento s’avvia a sua volta, fra cambi di ritmo e di accordo che, memori degli anni 70, erano un po’ mancati da inizio album. The Symbol Remains non è un album che ricorderemo negli annali. Non è, non sarà mai, Fire of Unknown Origins. È, però, un lavoro di eccezionale coerenza interna, songrwriting celestiale in alcune sezioni – una lezione impartita, da parte di Dharma e Bloom, a tanti giovani musicisti che, colpiti dalle magie e magnificenze del digitale, rinunciano all’espressione per privilegiare la tecnica, lo stupore, il pregio superficiale, trascurando la sostanza. Perché i Blue Oyster Cult inventarono il metal, lo mescolarono alla psichedelia, al prog: narrarono storie di supereroi in Imaginòs, di stazioni spaziali in Club Ninja, di guerre fra telepati. E, a settanta anni, forti di innesti giovani, hanno

Giulia Della Pelle
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