Spencer, biopic su Lady D: recensione

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I don’t need your tears,

I don’t want your love,

I’ve just got to get home!

Spencer è un film del 2021, per la regia di Pablo Larrain, scritto da Steven Knight, ed è l’immaginario racconto di come Diana Spencer abbia maturato la decisione di abbandonare la famiglia reale inglese. E’ stato presentato in concorso alla 78° Mostra di Venezia.

Recita così Bigger than us, hit dei White Lies, dedicata all’infame morte di Lady Diana. Figura iconica degli anni ’90, intelligente e carismatica nel suo taglio alla maschietta e nei suoi tailleur. Diana Spencer è sempre stata molto piu’ di una banale principessa ben vestita, anche se destinata alla corona da sempre – gli Spencer, infatti, sono una famiglia da sempre imparentata coi Windsor e immischiata negli affari di corte. Corona che mai neppure si avvicinerà alla sua testa.

Nel film di Pablo Larrain, Diana è interpretata da una spettrale Kirsten Stewart. È Natale. Sono passati dieci anni dall’inizio dell’infelice matrimonio di Diana con Charles, cavallino erede al trono e primogenito della sempiterna regina Elisabetta. È Natale anche a Sandrigham House, nel Norfolk. Ed è un natale d’etichetta, fatto di foto di rito di famiglia – vecchie babbione imbacuccate come bomboniere mirabolanti –, di riti del thè, di cibo cucinato in perfetto silenzio molto piu’ che marziale. A Diana, tutto ciò, è sempre stato stretto. Attorno a lei, fulcro della pellicola, si muovono i suoi bambini – che lei ha  giustamente avviato alla ribellione interiore che si concretizzerà con l’abbandono, da parte di Harry, della famiglia reale –, si muove il tutt’occhi e tutt’orecchi maggiordomo Alistair (Timothy Spall,Codaliscia!), e, lontano come le montagne del Galles, suo marito Charles, interessato alla caccia al fagiano (poveri fagiani), nonché alla fagianina di un’altra donna. Ben piu’ racchia, ben piu’ vecchia, ben meno nobile ed elegante della beniamina Diana, eroina cacciatrice di mele in un giardino sconosciuto. E c’è la regina, alfine. Algida signorotta, terribile a vedersi nelle sue cuffiette e nei plaid di tartan. Oltre che la crudele bilancia pre-cenone.

Spencer, questo il sibillino titolo della pellicola, ha la velleità d’esser un horror. Parlo di velleità, perché tale volontà non è mai perseguita fino in fondo, ricercata con ambizione, rimanendo in un tiepido tentativo un po’ noioso. Il tentativo di rendere machiavellici manipolatori i Windsor – che, di converso, appaiono solo come colpevoli d’eccessiva ricchezza –, un villain da fumetto la Regina, e il Re dei Narcisisti Charles, che era ed è solo un ometto di scarsa caratura intellettuale e morale, è abbastanza infruttuoso. Il parallelo con Anna Bolena regge sì, fino ad un certo punto, ed è anche lievemente scontato. Le apparizioni della consorte defunta di Enrico VIII sono peraltro sporadiche, poco incisive e ricordano vagamente quelle dei fantasmi ai vari piani di Hogwarts.

C’è un curioso mix di umorismo nero inglese e voluttà sciamaniche, in Spencer.

Le perle: elemento ricorrente nell’ossessione della Diana di Kirsten Stewart, appaiono ovunque, ed esse appaiono come anelli di catene, sebbene eleganti e delicati; da rompere, infrangere, distruggere. Sono esse a render schiava Diana di quella famiglia, di quell’amore non ricambiato, della frustrazione che un’altra donna sia stata preferita a lei. In questo senso, e solo in questo senso, lo spettatore riesce ad empatizzare con Diana: colei che cerca, in un giardino incantato, che però quell’unico elemento rende marcio, la mela dorata. Ma quell’albero, in realtà, viene impollinato solo da polline di volgari fichi selvatici.

Diana non se ne capacita. Vomita di fronte alla zuppa di piselli, Anna Bolena che la fissa, in una delle poche scene ricche di pathòs del film. Dondola affamata nella notte. Blatera parole che non capisce neppure lei. Scappa nella sua villetta abbandonata da Spencer.

spencer recensione perle

Oh, Diana. Che è rinchiusa in una torre d’avorio.

La colpa maggiore di Spencer è di far apparire una donna, purtroppo, affetta da patologie psichiatriche, ritrovatasi in una condizione non congeniale alla sua condizione preesistente e incapace di reggerne la pressione, una ragazzina viziata. Ribellina in modo puerile. Bastian contrario senza motivo. La stupidità dei cavilli dell’etichetta regale è evidente, ma essendo relegata a solamente tre giorni all’anno, dovrebbe poter essere sopportabile. Ma non lo è. E, se forse la storia di Diana fosse stata narrata diversamente, noi non avremmo visto solamente il punto di rottura, dove la donna tracciò la trincea definitiva fra sé e i Windsor, ma anche la guerra tutta; i suoi prodromi, i suoi motivi iniziali.

Puerile è anche l’ossessione per il salvataggio dei fagiani da parte di Diana. Il parallelo con la sua condizione di regina in catene, peraltro, regge molto meno ed è molto piu’ sarcastico – almeno nelle intenzioni – che quello con la collana di perle: in una parola, stupido. Puerile appare il puntare i piedi per non indossare un certo vestito, in quanto, appunto, non sappiamo quanto e come Diana abbia dovuto sopportare. L’incapacità di mettere nelle condizioni di provare empatia per il personaggio principale è una colpa enorme, nelle intenzioni del tutto contrarie del film: tutti abbiamo amato Diana e sofferto con lei, l’abbiamo ammirata ballare con Clinton e chiacchierare con Madre Teresa di Calcutta. Copiato i suoi outfit, sospirato con lei. Perché Spencer non sa replicare quell’emozione per la donna che è stata, per un decennio, LA superstar del pianeta Terra?

Spencer, biopic su Lady D: recensione 1

I minus della sceneggiatura sono molteplici, ma Spencer ha anche molti pregi. La regia, didascalica e fissa, è gradevole. Sa di documentario. È una regia, appunto, naturalista. CCTV che spiano, immobili negli angoli, l’attività dei minion che si muovono sotto di loro. La colonna sonora di John Greenwood (lui, l’ex Radiohead) è eccezionale, ed è, forse, l’unico elemento che è in grado di mantenere un certo passo nella pellicola; delicato e romantico all’occorrenza, tragico ed orrorifico durante le apparizioni delle regine defunte. Così, come, per il comparto tecnico tutto.

Ho avuto l’occasione di guardare Spencer in lingua originale, e devo ammettere di aver faticato parecchio. La Stewart parla come parlava Diana, ma è come se la scimmiottasse. Il suo accento british è esagerato, sebbene ottimamente riprodotto. La recitazione tutta, però, della star della Twilight Saga, è splendida: potente e delicata, sa toccare le vette di Jennifer Lawrence in Silver Linings; è fisica, nel suo digrignare i denti e nella rabbia contenuta. Nell’eleganza naif di Diana. Performance eccelsa è anche quella di Sally Hawkins, delicata e romantica Maggie, “dresser” d’abiti di rappresentanza – il lato umano di Diana. Un mondo di donne, dunque, nel quale sparisce l’intrerprete di Charles, Jack Farthing, mentre nulla può contro la sceneggiatura mortificante Timothy Spall.

Spencer è un film che vorrebbe essere onirico, horror, sperimentale ma per il grande pubblico, in un certo senso: come lo fu Jackie, sempre di Lorrain, ma è, se possibile, ancor meno narrativo, se non per l’arco finale della fuga della protagonista.

Non farà innamorare i gen Z di Lady D come lo fummo noi: Spencer varrà, però, sicuramente, una candidatura all’Oscar per la tanto bistrattata Kirsten Stewart.

And though I treated you like a child
I’m gonna miss you for the rest of my life

All I need is a miracle, all I need is you...

Giulia Della Pelle
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