La Grazia è il nuovo film del regista premio Oscar Paolo Sorrentino, in uscita in Italia per la grande distribuzione il 15 Gennaio, ma già presentato al Festival di Venezia, come candidato al Leone d’Oro. Inoltre, è stato distribuito limitatatamente in proiezioni mattiniere fra Natale e Capodanno 2025.
Il cemento è una sostanza peculiare. Serve acqua, perchè si indurisca. Molta acqua. Ma non della sfuggente tipologia che passa sotto ai ponti, no, quella placida che sta nei laghetti e negli stagni. E servono dei sali speciali: silicati, alluminati, ferriti… Meccanicisticamente parlando, l’acqua si ritrova a riempire gli spazi fra le grosse molecole dai Sali, sigillando assieme una sostanza, di fatto, inerte.
Ma il cemento non è inerte. Non si deforma, vero. Ma si sgretola. L’atmosfera, l’aria che respiriamo, lentamente lo erode, l’anidride carbonica fa la sua magia e produce acqua, che scava tunnel, che, nel corso degli anni, distruggono anche la più stabile delle strutture.
E se l’analogia larva delle termiti – carbonatazione del cemento Portland sembra un po’ tirata per i capelli, il percorso seguito dalla sceneggiatura de La Grazia, per affrontare il tema dell’eutanasia, è altrettanto poco lineare.
La Grazia è il nuovo film di Paolo Sorrentino, sebbene la sceneggiatura sia stata scritta prima del melenso Parthenope, e si vede.
Mariano De Santis (Toni Servillo) è il presidente della nostra gloriosa repubblica. È agli ultimi mesi di mandato. È un grande giurista, penalista. Profondamente cattolico. Grande amico del papa (nero, interpretato da un eccellente Rufin Doh Zeyenouin), con cui va spesso a confidarsi nella pace artificiale dei Giardini Vaticani.

La sua più fidata collaboratrice è sua figlia Dorotea (Anna Ferzetti, in grandissima forma attoriale), anch’ella giurista, anch’ella estremamente intelligente: ma non cattolica. Liberale. Libera, sebbene abbia scelto di vivere sotto l’ombra ingombrante del padre.
Mariano è vedovo. Sua moglie è morta qualche anno prima. Mariano non cambia. Mariano è come la Costituzione di un paese che va via sfasciandosi, le tavole sacre di un impero in decadimento: Mariano fuma sul tetto del Quirinale, pur avendo un solo polmone – accettando la carbonatazione del suo sistema respiratorio – ma non interferisce con le vite altrui. Sceglie, per tutto il suo mandato, la via del mezzo, la non scelta, il punto zero: attende che le crisi di governo si risolvano autonomamente.
Eppure, c’è un tarlo che si infila nei tunnel delle termiti: sua moglie, anni prima, decenni prima, lo tradì. E si rifiutò di confidargli con chi.
Il quid che dà inizio alla vicenda de La Grazia riguarda una questione di cui si sente giornalmente in Italia: l’eutanasia, il diritto di essere liberi fino alla fine. E la domanda a cui La Grazia si propone di rispondere è, sostanzialmente, solo una:
A chi appartiene la nostra vita?
Il governo – un governo di sx, evidentemente, e liberale – vorrebbe che Mariano, prima della fine del suo mandato, prima che un Presidente meno granitico lo rimpiazzi, firmasse la legge sull’Eutanasia. Eppure Mariano temporeggia. Tortura Dorotea con cavilli giudiziari. Litiga giornalmente con la cara amica Coco Valori (Milvia Marigliano), insistendo per sapere chi fosse quell’amante della moglie. Si crogiola nel dolore per quel tradimento nel mentre che il tempo scorre. Un bel giorno di sole romano, Ponentino che spira da ovest, durante uno dei tanti momenti di auto commiserazione, un ulteriore dilemma appare nella forma di due possibili candidati per la grazia presidenziale: Isa Rocca (Linda Messerklinger), che ha ucciso il proprio marito abusante, e Cristiano Arpa (Vasco Mirandola), un benvoluto professore di provincia che ha posto fine alle sofferenze della moglie malata d’Alzheimer.

Mariano ha un migliore amico liberale, acattolico. È il ministro della giustizia, Ugo Romani (Massimo Venturiello).
Il soprannome di Mariano De Santis, gli confida Ugo, è “cemento armato”.
L’estetica di La Grazia, la cui fotografia è curata da Daria D’Antonio, non tradisce quella tipica di Sorrentino: la narrazione è lenta, granitica: ampie scene e solitarie di una Roma vista dall’alto, musica elettronica o Gue Pequenho nelle orecchie – larghi respiri. Oppressione nelle prigioni piemontesi dei due condannati. Claustrofobia nella splendida residenza del presidente. Dorata gabbia di stucchi, patinata galera di cavilli legali e cibo biologico. Mariano De Santis è un uomo bloccato nel passato, quello passato con la sua Aurora, in un Piemonte fiabesco di colline brumose: ma anche in quell’idillio si insinua il dubbio.
E, in realtà, la sceneggiatura de La Grazia, così lenta e riflessiva, prende a piene mani dal classico di John Patrick Shanley: Mariano, nell’accurata scelta delle domande da porre ai due candidati per la Grazia, è sorella Aloysius. Il dilemma morale di una persona credente.
Ancora, nel linguaggio espressivo del film non manca la crudezza, similmente alle altre opere Sorrentiniane: un adorato cavallo agonizzante, che Mariano spera diparta autonomamente, e che, in tale morte, possa fornigli delle risposte. Ma un cavallo è un cavallo. La sua vita gli appartiene – forse… – ma non gode di pollice opponibile per poterle porre fine.
La confusione morale di Mariano si riflette nella fotografia sfumata, nei collaboratori dipinti sullo sfondo e sfocati, nei dialoghi semi-surreali con il colonnello Massimo Labaro (Orlando Cinque) – veri e proprio spaccati da uno strano sogno. Cieli immensi e immenso amore, che però, Mariano, non riesce a toccare se non da lontano. La legge, la vita, te la descrive male, come un miope che non può troppo avvicinarsi allo sfondo di un ritratto leonardesco. Mariano vuole leggerezza, in quei cieli immensi, ma vive nella pesantezza di un palazzo pieno d’orpelli.

Tecnicamente, Paolo Sorrentino ha oramai creato il proprio alfabeto idiomatico fatto di sospensioni, accelerazioni, intensi sguardi, zoom eccessivi e rarefazioni – La Grazia non è esente da ciò che è già stato sviluppato ne La Grande Bellezza (fra cui il personaggio di Coco Valori) ma si distanzia enormemente dall’ironia sagace del bildungsroman quale era E’ Stata la Mano di Dio: Mariano è un adulto che si muove piano, piange piano, ride piano. La Grazia è forse il miglior film del regista napoletano: potente, realistico, e laddove ogni personaggio è magistralmente scritto ed interpretato, sebbene sospeso in un’atmosfera rarefatta.
Forse il più grande merito de La Grazia è il suo essere un atto politico. Questo paese di anziani, di cattolici, di conservatori che non sanno più cosa preservare, necessita di una possibilità di scelta – e che sia radicale. Niente più viaggi illegali in Svizzera. Niente più agonia intrappolati in un corpo rotto – psichicamente o biologicamente. Non sarà questo governo a portare avanti l’istanza di tanti disperati che reclamano solo dignità, ma le cose in Europa si muovono a passo di lumaca, a passo di tarma, a passo di carbonatazione del cemento armato. Il futuro è dei quarantenni, dice Dorotea, Anna Garzetti. E così sia.
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