Il Vuoto: da De Chirico ad Antonioni

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È arrivato finalmente il giorno tanto atteso: quello della riapertura, dopo lo smarrimento della quarantena. Sicuramente lo scorso 4 maggio se lo erano aspettati tutti in maniera diversa, e può anche darsi che le giornate continuino ad essere tutte terribilmente uguali, con il medesimo senso di malinconia dato dalla costrizione.

Ma non sono solo le nostre giornate ad essere cambiate radicalmente in questa pandemia; affacciandosi alla finestra si può notare qualcosa di cui è difficile abituarsi. Per le strade non c’è nessuno, non un anima viva, e questo rimanda, in un certo senso, ai dipinti di Giorgio De Chirico, distanti nel tempo, ma sono più attuali che mai. Se non fosse per la straordinaria tecnica pittorica, li potremmo benissimo scambiare per un istantanea di questi giorni.

Il Vuoto: da De Chirico ad Antonioni 1

Osservando le tele di De Chirico gli aggettivi che balenano alla vista sono silenzioso,  inquietante, solitario e  lucidità. L’artista infatti, rispetto alle correnti a lui contemporanee, si contraddistingue per il recupero dell’antico, in qualche modo snobbato da futuristi e dadaisti. Il suo andare controcorrente fa emergere una forte riflessione sul concetto di identità: l’uomo moderno è tale solo grazie al suo passato;

“Italia, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori”.

La tendenza alla novità, alla velocità e al caos che contraddistingueva le poetiche futuriste, non davano spazio ad una riflessione di tipo identitario. Ma De Chirico è un vate e un visionario che accerta la natura enigmatica dell’esistenza senza tuttavia cercare soluzioni.

L’artista italo-greco attraverso la vacuità dello spazio rigido e definito, narra l’enigmaticità del mondo circostante, e ciò costituisce uno dei punti qualificanti della sua poetica. E il vuoto fisico, che muta in una pochezza dell’animo umano, il vuoto esistenziale.

Ma partiamo quindi dalla definizione di vuoto: privo di contenuto, che non contiene nulla, che non ha nulla dentro di sé.

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Piazza d’Italia, De Chirico

Un altro grande artista del ‘900 è Michelangelo Antonioni. Con il suo peculiare uso del linguaggio cinematografico apre una nuova stagione del cinema italiano. Il modo di fare cinema venne inizialmente definito esistenzialista. L’Avventura è la pellicola che ha contribuito al cambiamento del cinema contemporaneo, per l’alto spessore dei contenuti e per il fascino della composizione delle immagini.

In Italia il film venne bollato come pornografico e la censura impose dei tagli. Nonostante tutto una parte della critica e del pubblico si accorse della potenza silenziosa del film.

Tuttavia se per pornografico si intende mostrare il sesso come rapporto vuoto, chiuso in stanze refrattarie ai sentimenti nelle quali nessuno prova nulla, allora il cinema di Antonioni è una messa in scena di pornografie. Un sesso che se da un lato attrae, dall’altro si mostra vuoto comportando dolore.

La filosofia antoniniana, si basa su strutture complesse di un reale che si va disgregando, una frammentazione istantanea di un mondo che nel suo divenire entra in relazione con il vuoto. Un vuoto che non riguarda quindi, esclusivamente lo spazio, ma che interessa anche il tempo, i corpi e il senso, conducendo lo spettatore in quell’horror vacui indecifrabile.

Due ore e venti di vuoto, che fanno male, che disturbano ancora di più nel momento in cui si arriva al messaggio che vuole dare l’artista: in questa borghesia annoiata, l’eros nasce dal desiderio, un desiderio vuoto e insignificante. Il sesso viene fatto per noia, come surrogato della comunicazione.

Antonioni ha difatti catalizzato i fermenti rivoluzionari presenti nel cinema internazionale a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, rilanciandone prepotentemente le istanze moderniste proprio per il suo particolare modo di mettere in scena la realtà.

La nuova realtà storico sociale del nostro Paese presentava una realtà borghese, benestante, ma anche profondamente in crisi di idee, rappresentato proprio dal protagonista maschile della pellicola, Sandro, con i suoi picchi di creatività. Tuttavia difronte al bivio cruciale della vita, il protagonista preferirà continuare la “facile” vita borghese,  piuttosto che inseguire le passioni interne.

il vuoto de chirico antonioni
L’Avventura, Michelangelo Antonioni, 1960

È possibile notare una prima assonanza dal punto di vista formale tra il regista ferrarese e De Chirico; uno stile epurato e geometrico. Ma il secondo punto di congiunzione è la componente psicologica legata al concetto di vacuità che tanto colpisce.

Quella del regista è un’impietosa analisi di un mondo in crisi. Con il suo particolare punto di vista ci mostra i momenti di vuoto, di noia quelli che solitamente non sono mostrati dalla macchina da presa.

Tuttavia non sono gli avvenimenti ad interessare al regista, ma i risvolti psicologici che subiscono i personaggi. Il modo di trattare la psiche è così chiara da farla afferrare completamente, senza bisogno di troppe parole. Gli sguardi, i movimenti, tutto ciò che può sembrare minimo e insignificante, assume un valore del tutto innovativo nel cinema di questo illustre regista, seguendo passo dopo passo i propri soggetti, anche nei momenti che possono sembrare meno indicativi.

De Chirico e Antonioni quindi affrontano quindi il medesimo tema, il vuoto, sotto aspetti diversi.

Entrambi gli artisti, trattano il paesaggio attribuendogli un valore metafisico; lo scenario si solidifica e viene isolato dallo spazio che lo circonda. La solidificazione e l’isolamento divengono due situazioni emblematiche, i luoghi diventano delle tombe,  delle bare per la morte dello spirito dionisiaco dell’animo umano, massacrato dalla superficialità.

Nell’effetto di solidificazione evocato in primis da De Chirico, appare evidente la possibilità di una suo rimbalzo in ambito cinematografico: l’inquadratura come il delineamento della cornice, restituiscono un regime di quiete e stabilità. Tuttavia, questo tipo di atmosfera, svolge il rilevante ruolo di straniamento, lo stesso straniamento che aiuta lo spettatore a prendere coscienza e comprendere il senso di quei misteri e di quelle inquietudini accese dal visivo che gli si prospetta davanti.

Quello che risalta agli occhi, sono visioni e panorami totalmente estranei e avulsi dalla temporalità. Si può parlare, così, di atemporalità: di un distacco da una lettura del quotidiano per, poi procedere verso un orizzonte complesso e nuovo, fatto di indagini e riflessioni naturali e immediate.

In conclusione questo vuoto, viene utilizzato come strumento atto ad una ricerca intima della propria sensibilità, andando oltre l’elemento reale. Il vuoto conduce ad una sorta tuffo onirico: un viaggio che ci guida alla scoperta delle intimità più segrete nelle relazioni umane e psicologiche, ma anche nella nostra visione di umanità e di esistenza. Lo stesso vuoto, la stessa noia che appartiene alla società borghese di cui facciamo tutti inevitabilmente parte.

Un’arte silenziosa, misteriosa ed inquietante, intrisa di solitudine, priva di confusione, leggibile senza il contributo dei sensi. Il risultato è una staticità da spavento, un’immutabilità senza alternative.

Ma il sesso, come la violenza, le perversioni rappresentate dalle arti visive non servono ad altro che a  scardinare le regole della morale comune, cercando di illuminare le coscienze anestetizzate dall’abitudine del consenso.

Martina Trocano
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