L’Arte di rendere visibile l’invisibile

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“Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono”

Ezio Bosso

La visiblità, in un’affermazione del genere, non è solo centrale, ne è il fulcro. Il nostro mondo ci bombarda continuamente di immagini: che spazio c’è, ora, per l’invisibile?

Invisibile, ma non impercepibile. Già nella filosofia greca Platone parlava del mondo delle idee: l’idea indica un’essenza primordiale e sostanziale, ma che oggi ha assunto nel linguaggio comune un significato più ristretto, riferibile in genere ad una rappresentazione o un “disegno” della mente.[1] Le cose materiali quindi, secondo Platone non sono mai originali, sono soltanto la copia dell’idea. Si tratta quindi di un archetipo, che trova la sua esistenza nel mondo intellegibile, il mondo delle idee, mentre la realtà materiale è nel mondo delle cose ed è fatto di imitazioni degli archetipi stessi. Queste idee sono la causa che ci permette di pensare il mondo, costituiscono cioè il presupposto della conoscenza.

narciso caravaggio invisibile
Il Mito di Narciso, Caravaggio, 1597-1599, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma

Il tema dell’invisibile quindi ha origini molto antiche, e questo pensiero verrà molte volte ripreso e stravolto nel corso della storia. L’arte, che fin dalle origini ha sempre necessitato di una dimensione materiale per esistere, come si pone rispetto al concetto dell’invisibile?

In questa lettura platonica, si sono sempre occupati dell’invisibile, gli stessi sentimenti lo sono, si pensi alla trasformazione e all’introduzione degli studi fisiognomici di Leonardo nel Rinascimento. Ecco, quelle espressioni, di rabbia, gioia, angoscia, sono soltanto una trasposizione, una delle possibili interpretazioni dell’idea di quel determinato sentimento.

teste grottesche leonardo invisibile
Caricature leonardesche, 1485-1490

Per tornare alla citazione da cui siamo partiti, il Maestro Bosso intendeva porre l’accento su un tema sul quale è più che mai necessario riflettere: la disabilità invisibile di cui parla fa capo al concetto di stoltezza e balordaggine dell’animo umano. Dell’assenza di curiosità, di interesse, di approfondimento, elementi che rendono meravigliosa la nostra esistenza. E qui io mi riferisco a tutte quelle persone, le quali sono legate al motto “io me ne frego”. Questa espressione, oltre al fatto che annunci una caduta dei valori e la preminenza dell’individualismo sulla collettività, si potrebbe interpretare anche con il fregarsi (disinteressarsi) di tutte quelle condizioni che non ci riguardano da vicino;

Io me ne frego, dei disabili, io me ne frego degli sfruttati, io me ne frego di riflettere su questi temi, io rifiuto.

E qui pongo un’altra questione: come si può rappresentare la stupidità, la vacuità dell’essere umano?

robert rauschemberg monocromo invisibile
Monocromo di Rauschemberg, 1951

In una prima associazione superficiale e prettamente visiva, mi verrebbe da pensare ai monocromi di Rauschenberg o a Silenzio di John Cage. Artisti che hanno scelto di rappresentare il ragionamento: l’irrappresentabile, di raccontare l’irraccontabile, di far percepire l’impercettibile, tendendo così all’infinito.

Questo risponde forse al perché questi artisti si sono chiusi nel concetto e nell’astrazione. Si tratta di sensibilità dell’artista e dello sguardo, per questo opere d’arte astratte come quelle di Duchamp, Fontana, Rothko (che troviamo in copertina), Kandinsky, Malevich e molti altri sono ancora tremendamente attuali.

Sono legate forse ad un concettuale romantico caratterizzato secondo Heiser dai seguenti tratti: l’atteggiamento autoriflessivo, la sua predilezione per la frammentarietà e l’incompletezza sistemica delle opere, la possibilità di resuscitare risposte emotive e sentimentali nonostante l’economia dei mezzi espressivi e la semplicità delle idee. Liberare il potenziale emotivo delle idee, rovistando, nel contempo, nell’armamentario iconografico plurisensoriale o narrativo che di solito esercita la sua influenza in questi casi.[2]

Questo reale non è solo altro, ma siamo anche noi: è un attimo di riconoscimento e conoscimento. Lo spostamento dall’idea di non farcela a fare qualcosa mette in evidenza la sensibilità.

Tuttavia, quello che gli artisti cercavano di fare, era un’operazione volta allo svelamento, per concentrarsi così sul tema dell’invisibilità. Chissà se si sarebbero mai aspettati che saremmo finiti per costruire una società in cui tutti, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, avrebbero potuto esprimere il loro pensiero in un modo così bieco.

L’invisibile si è finiti per dimenticarlo, per metterlo in secondo piano, e la “disabilità che non si vede” di cui parlava il Maestro Bosso è evidentemente manifestata soltanto da frustrazione e cattiveria che oggi viene tanto supportata e giustificata.

 


Martina Trocano
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