Da Paestum a Prato: salviamo il patrimonio culturale

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Nell’epoca del turismo di massa, dell’alta densità abitativa dello spazio urbano, coniugare sviluppo economico e tutela del patrimonio culturale non è affatto facile. Ne sono un esempio Paestum e Prato, centri molto diversi fra loro, eppure bisognosi di far fronte alla stessa fragilità.

Città, turismo e patrimonio culturale: certi che possa funzionare?

Oggi più della metà della popolazione mondiale vive nelle città. I centri abitati continuano a crescere, espandersi, e, con l’afflusso di nuove persone, anche la loro conformazione è destinata a cambiare. Piazze e strade trafficate convivono con uno straordinario patrimonio culturale. Ma che peso ha sui nostri monumenti, i resti del nostro passato, tutta questa modernità? L’impatto è grande, e, senza dubbio, può avere conseguenze devastanti, se non si agisce con giudizio e per tempo.

Il turismo, un fenomeno di massa che smuove ogni anno milioni di visitatori, può avere effetti benefici su un territorio e contribuire a rilanciare aree in forte declino. Ma può anche provocarne il degrado, e non soltanto dal punto di vista ambientale. Abbiamo deciso di confrontarci con due città, testimoni di un diverso modo di intendere il patrimonio culturale. Abbiamo cercato di raccontarle, focalizzando l’attenzione sulla ricchezza di questo patrimonio, e ci siamo accorti che le vere minacce alla sua integrità non derivano dalla natura, ma dall’uomo.  

Paestum, dalla gloria al declino

Paestum, oggi in provincia di Salerno, in Campania, fu fondata da coloni greci verso il VII secolo a. C. Il suo nome fu in origine Poseidonia. Sorse come centro commerciale collegato alla città di Sibari, in Calabria, e ben presto divenne uno scalo fiorente, grazie anche alla sua posizione strategica lungo la costa tirrenica. Cadde nelle mani dei Lucani, popolo italico originario della zona tra l’alta Basilicata e la bassa Campania, e, intorno al III secolo a. C. entrò nell’orbita romana.

La fortuna di Roma dette stabilità alla cittadina di origine greca, ma, si sa, anche le storie più belle sono destinate a finire nel corso del tempo, e così accadde a Paestum, che, a poco a poco, perse il suo peso economico per andare incontro a un periodo di inesorabile declino.

La gloria di Paestum sbiadì di pari passo con la gloria di Roma e, alla caduta dell’impero d’Occidente, Paestum non aveva più molto da pretendere, perché poco aveva da dare. Gli abitanti la abbandonarono e già nell’Alto Medioevo Paestum divenne una città fantasma.

Ma anche i fantasmi a volte ritornano. Dopo secoli di oblio, di rapina, in quel Settecento che riscoprì i resti di Pompei, Paestum tornò a far parlare di sé. Anche se ci sarebbero voluti ancora un paio di secoli per parlare di una rinascita vera e propria, Paestum tornava a vivere, grazie all’interesse di artisti ed eruditi che non potevano restare in soggezione di fronte a quella bellezza antica.

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Un’operatrice al lavoro su alcune monete trafugate. Fonte: Parco Archeologico di Paestum e Velia.

Un pezzo di tempio non è un souvenir

Oggi Paestum è bella più che mai. Tutto perché c’è chi se ne prende cura ed è consapevole delle infinite potenzialità del sito. Il Parco Archeologico di Paestum e Velia, diretto dal 2015 dall’archeologo tedesco Gabriel Zuchtriegel, è oggi di proprietà del Ministero per i beni e le attività culturali, inserito nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano e iscritto, dal 1998, nella lista del patrimonio mondiale UNESCO. Con i suoi 443.743 visitatori nel solo 2019, il Parco Archeologico si colloca al 16° posto della classifica dei musei statali più visitati in Italia. Meglio della Pinacoteca di Brera a Milano o delle Terme di Caracalla a Roma, solo per rendere l’idea.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Ai visitatori viene data la possibilità di camminare in mezzo ai templi, respirare un’aria che sa di salmastro e restare abbagliati di fronte a quella luce che, in certe ore della giornata, sembra infiammare il colonnato, come il poeta Giuseppe Ungaretti ebbe modo di verificare di persona durante una visita all’inizio degli anni Trenta.

Molti visitatori depredano il sito, staccano tasselli dalla pietra, sottraggono antichi resti a questo meraviglioso luogo del nostro passato. Tutto questo perché? Per avere un souvenir diverso dagli altri. Per fortuna questa sciagurata tendenza ha anche un lieto fine, per quanto atti di questo genere non dovrebbero proprio accadere. Molti di questi visitatori, compreso l’errore, hanno riconsegnato al Parco archeologico la refurtiva negli ultimi anni, recapitando in buste sigillate e anonime ciò di cui si erano indebitamente appropriati, di solito con poche righe di scuse.

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Un operatore mostra alcune monete sottratte e restituite. Fonte: Parco Archeologico di Paestum e Velia.

Prato, città di mercanti e cenciaioli

Prato è un po’ l’opposto di Paestum. Capoluogo di provincia, seconda città toscana per numero di abitanti, l’insediamento diventa una città vera e propria solo nel Medioevo. Terra di mercanti, non si dimentichi che da qui proveniva quel Francesco Datini a cui l’immaginario popolare attribuisce l’invenzione della cambiale, tra Otto e Novecento diventa importante a livello internazionale soprattutto per l’industria tessile.

Oggi Prato deve fare i conti con uno sviluppo urbanistico che, a partire dagli anni Sessanta, ne ha cambiato completamente il volto, rendendola una città inospitale, per certi aspetti, come dimostra il flusso di traffico continuo accentuato dal fatto che la città si trova in un punto di raccordo importante, tra Firenze e Bologna, che mette in collegamento il Nord con il resto d’Italia.

Nonostante i molti problemi, dettati anche da un tessuto multietnico in cui pensare a politiche per favorire un’integrazione delle diverse culture non è sempre facile, Prato negli ultimi anni ha cercato di recuperare una dimensione più vivibile, rivalutando il proprio patrimonio artistico e architettonico e cercando di diventare sempre più verde.

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Uno dei vicoli interessati dal progetto. Fonte: Marco Badiani.

L’arte di strada

Tra i molti progetti di cui Prato è fucina, ne vogliamo citare uno, molto recente, che ha avuto inizio a dicembre 2020. Si tratta di “Vicoli d’arte”, un progetto realizzato da Confartigianato Imprese Prato, CNA Toscana Centro, Unione Prato Imprese, Palazzo delle Professioni e Comitato Provinciale Area Pratese con lo scopo di rilanciare certi vicoletti meno frequentati del centro storico.

È un progetto di rigenerazione urbana che punta a restituire ai cittadini e ai turisti occasionali tutta la parte più antica della città, sostenendo allo stesso tempo il lavoro di un gruppo di artisti appositamente selezionati. L’arte per combattere il degrado, la creatività per tessere un filo che si era rotto.

Che non fosse un lavoro facile, questo gli organizzatori certo lo sapevano, ma che il degrado non fosse solo fisico, dei luoghi, ma anche morale, delle persone, forse non lo potevano immaginare fino in fondo. Invece sono bastati due furti, che hanno menomato le installazioni di Gaia Vettori ed Eleonora Santanni a far aprire tristemente gli occhi.

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L’installazione di Eleonora Santanni prima del furto. Fonte: Marco Badiani.

Ci offrono una lezione i casi di Paestum e Prato. Non basta che ci sia uno Stato a tutelare il patrimonio culturale, non basta che un gruppo di associazioni cittadine si metta in testa di dare il suo contributo al recupero e al mantenimento di questo tesoro di inestimabile valore.

Servono le persone, non solo quelle direttamente coinvolte nella valorizzazione, ma tutte. Serve rispetto, perché solo mostrando educazione nei confronti di un sito che racconta la nostra storia, la nostra cultura, o di una città che, per pochi giorni o per una vita, ci ha ospitato tra le sue mura, potremo davvero offrire un sano contributo e far sì che un giorno anche chi verrà dopo di noi potrà godere della stessa vista.

Massimo Vitulano
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