Gli Anni Amari di Andrea Adriatico: recensione

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Nella stasi artistica causata dalla pandemia del covid19, un piccolo film italiano è slittato nelle sale, assieme ai blockbuster: Gli Anni Amari, di Andrea Adriatico. Già presentato al Festival del Cinema di Roma 2019, in anteprima.


Un film, quello del regista, che è al suo terzo lungometraggio drammatico (Il vento, di sera, e All’amore assente) che si configura come prezioso documentario sulla controversa, e mai abbastanza indagata, figura di Mario Mieli.
Partiamo da una doverosa premessa. Gli Anni Amari, sebbene dalla penna di un autore d’eccezione come Adriatico, è nato sotto una cattiva stella. La Bergonzoni, infatti, al 2018 sottosegretario del Mibact, fidandosi sostanzialmente dei poco lusinghieri pensieri di Silvana de Mari riguardo la figura (e l’opera, Elementi) di Mieli, minacciò la revoca dei fondi ministeriali al film, per una “supposta pedofilia” della figura rappresentata. Pedofilia mai confermata, ma polemica apripista di una serie di riflessioni che non trovano qui il loro spazio di realizzazione.


Anni ’70, Milano. Mario, o Maria, come si definisce in una tema scolastico, è penultimo di sette figli di un’agiata famiglia di origine ebraica, arricchitasi coi filati di seta comasca, il cui patriarca Walter (Antonio Catania) è originario di Alessandria d’Egitto. Mario possiede una spiccata intelligenza, assolutamente fuori dal comune, è uno studente eccellente ed intenzionato ad iscriversi alla facoltà di Filosofia. Cosa che farà, con estremo successo.

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Courtesy of glianniamari.it

Fra viaggi a Londra, fa la conoscenza del Gay Liberation Front, che sarà l’evento che ne formerà inizialmente la coscienza politica – che fonderà marxismo, lotta di classe e rivoluzione sessuale, sulla scia dei movimenti operai – le minoranze che si uniscono – inglesi. Gli anni che seguono sono intensi, fra viaggi all’estero, la fondazione del Fuori!, rivista che sopravviverà decenni e che sarà punto di riferimento per la comunità LGBTQ italiana e non, lanciandosi nel teatro – con la realizzazione dell’opera La Traviata Norma (con Corrado Levi) – ed ottenendo importanti riconoscimenti come la pubblicazione da parte dell’Einaudi della sua tesi di laurea, Elementi di Critica omosessuale. Intreccerà alcune relazioni, in particolare con il pittore di origine egiziana Piero Fassoni, e profondissime amicizie, con l’attivista Fernanda Pivano e Angelo Pezzana. Tragico pur nei suoi successi, la malattia mentale di Mario sì farà strada nella sua mente tormentata, e, alla fine, come tutti sappiamo, avrà la meglio.

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Incredibile che si è dovuto attendere il 2019 per avere una biopic degna di questo nome su una figura così importante per i diritti civili e la filosofia italiana – il cui pensiero, radicale, rivoluzionario eppure gentile, inclusivo e, neo momenti di stabilità emotiva di Mario, scevro di rabbia, è attuale tuttora. L’interpretazione del giovane Nicola di Benedetto è magistrale, intensa, onesta, e cresce con la crescita personale del suo personaggio, che abbraccia sempre più man mano che quest’ultimo trova la sua dimensione di autenticità, si affranca dalla necessità di trasgressione; eppure, anche in quei momenti, la performance resta fisica, potente, statuaria, non fiaccata dalla distanza siderale che c’è fra la forma mentis neo-puritana attuale e quella scandalosa, libera ma soprattutto onesta, del periodo rappresentato. Ci si sarebbe auspicati un maggior riconoscimento.


Fra i punti più intensi de Gli Anni Amari troviamo proprio la realizzazione de La traviata Norma, nella quale si nota sì la potenza espressiva e la voglia di edocere e scandalizzare – diciassette “checche”, come si definiscono, che chiacchierano amabilmente prima dell’inizio di uno spettacolo “etero” – ma anche di coinvolgere, di normalizzare, di fare comprendere al pubblico un mondo ancora alieno, quello dell’omosessualità, come non pericoloso, sostanzialmente innocuo, e la cui compenetrazione gioiosa e colorata nella società potrebbe semplicemente portare ad un reciproco arricchimento.

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Il cast del film. Fonte

La regia di Adriatico risulta impalpabile, ancora documentaristica, ma efficace nei primi piani al volto truccato del protagonista, nelle scelte di lunghi piani sequenza – Mario, vestito di buste dell’immondizia, assieme al compagno Umberto Pasti (un altrettanto giovanissimo e bravissimo Tobia de Angelis) e nel crescendo finale della vita di Mario – e nel ritmo nervoso presente durante le scene svolte nel nebbioso antro della Villa dei Mieli.

Proprio qui si muove la silenziosa e comprensiva, ma addolorata, figura della madre Liderica (un’eterea ed elegantissima Paola Ciccarelli), contraltare all’esplosiva personalità del padre Walter, unico vero affetto – tralasciando l’ambiguo rapporto col fratello Pietro, le cui lacrime di coccodrillo non ci scalfiscono – della vita di Mario. Ci troviamo dunque di fronte ad una sceneggiatura sì semplice ma efficace, un ottimo ritratto dell’uomo Mario, ma meno del politico e filosofo Mario, il cui pensiero viene relegato ad una confessione semilucida ad uno psichiatra e ad una breve ospitata in TV. C’è stata forse paura, da parte di Adriatico, di arricchire di rivendicazione il suo film?
L’autodeterminazione è al centro della pellicola: Mario decide per sé, o almeno ci prova fin tanto che la sua salute mentale glielo permette, ed i personaggi che gli ruotano attorno fanno altrettanto. Ivan Cattaneo che canta ad una “Woodstock italiana” decisamente fallimentare e il Fuori! allo scandaloso congresso di sessuologia italiano.


Nell’accezione tragica, Gli Anni Amari è un film sì fruibile ma che, e devo dire fortunatamente, non è per tutti.

Perché il pensiero di Mieli, logico, che necessita di una grandissima cultura generale per essere compreso, non può e non deve essere semplificato, così come non deve essere ridotta a mero raccontino didascalico la sua vita: infatti Adriatico confeziona un film sentito, passionale, ricco di guizzi anche scabrosi per un pubblico che, come ho detto, nel terzo millennio è tornato ad essere pudico e facilmente scandalizzabile alla vista di testicoli, peni, baci omosessuali e droghe lasciate su un tavolo, e che non teme la rappresentazione onesta, e che, per di più, forse, avrebbe potuto abbracciarla maggiormente.
I fantasmi dei faraoni che torturavano Mario sono ancora fra noi, più potenti che mai, ed un film del genere, Gli Anni Amari, non solo è necessario, ma meriterebbe estrema attenzione.

Leggi anche: Pride Month, celebrazione del cinema LGBTQ+

Giulia Della Pelle
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