Green Book – quando la dignità fa la differenza [Recensione]

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Ieri sera è andato in onda Green Book, un film tratto da una storia vera, una storia di amicizia, di coraggio e di dignità che noi di Shockwave Magazine abbiamo pensato fosse d’obbligo raccontarvi.

Green Book ha come protagonisti Viggo Mortensen e Mahershala Ali e racconta l’amicizia tra un buttafuori italoamericano e un pianista afroamericano nell’America negli anni sessanta. È ispirato alla storia vera di Don Shirley e Tony Lip (pseudonimo di Frank Anthony Vallelonga), attore e padre di uno degli sceneggiatori del film, Nick Vallelonga.

Green Book peraltro ha trionfato ai Premi Oscar del 2019, portandosi a casa ben 3 statuette: quella per il Miglior film a Jim Burke, Brian Hayes Currie, Peter Farrelly, Nick Vallelonga, Charles B. Wessler, per il Migliore attore non protagonista a Mahershala Ali, e infine per la Migliore sceneggiatura originale a Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly.

Forte dei premi conquistati e della messa in onda in prima visione Green Book ha vinto la gara d’ascolti di mercoledì 17 marzo: ha totalizzato infatti 4.255.000 spettatori pari al 18,1% di share, battendo il sempreverde Sole a catinelle di Checco Zalone e le prime due puntate di Rocco Schiavone 4.

Green Book
Viggo Mortensen e Mahershala Ali nella copertina di Green Book.

Se dovessi scegliere un genere cinematografico in cui identificarmi sarebbe quello dei film ispirati ad una storia vera. Perché è vero che da un lato lo scopo del cinema è quello di far viaggiare la mente con l’immaginazione, di far conoscere realtà sconosciute e di farci estraniare dalla realtà per qualche ora. D’altra parte però la combinazione di storie vere e maestria dei registi rende la normalità ancora più bella ed incantevole, e Green Book non fa eccezione.

“Non vinci con la violenza, vinci quando mantieni alta la tua dignità”.

Donald Shirley a Tony Lip.

Ho scelto di riportare questa citazione perché credo che racchiuda la vera essenza di Green Book. Ecco allora la trama completa.

Nel 1962, dopo la chiusura temporanea del nightclub di New York, il Copacabana, per lavori di ristrutturazione, il buttafuori del locale Tony Vallelonga deve trovare a tutti i costi un lavoro per mantenere la sua famiglia. l’ex buttafuori accetta così di lavorare per il pianista nero afroamericano Don Shirley, facendogli da autista e da tuttofare in un tour di otto settimane nel sud degli Stati Uniti.

Inizialmente il rapporto tra i due uomini è diffidente e problematico ma a poco a poco tra i due uomini si instaura una forte amicizia mentre il viaggio procede con alcuni episodi sgradevoli e quando arriva la sera dell’ultimo concerto a Birmingham, in Alabama, a Don viene impedito di cenare con i suoi amici nella sala dove si terrà lo spettacolo, riservata ai soli bianchi.

Don e Tony tornano poi a New York la sera della vigilia di Natale. I due amici si separano e Don torna nel suo appartamento solitario sopra la Carnegie Hall; tuttavia poco dopo si reca a casa di Tony, dove viene accolto calorosamente da tutta la famiglia.

Green Book
Viggo Mortensen (Tony) e Mahershala Ali (Don) in una scena di Green Book.

Ci sono tre caratteristiche di Green Book che mi hanno particolarmente colpito.

Prima di tutto una scena: siamo in piena segregazione razziale e così mentre Tony Lip ripara una perdita del motore, Donald Shirley se ne sta appoggiato alla portiera dell’auto e osserva alcune persone di colore lavorare nei campi come schiavi. C’è un intenso scambio di sguardi e mentre Don capisce di non potersi identificare con quella categoria e di essere un’eccezione, loro lo guardano incantati soprattutto quando Tony gli apre la portiera e si mette alla guida. Per un attimo mi sembra di essere tornata a 12 anni schiavo.

Poi c’è il cambio di rotta (e di mentalità) di Tony. Prima che il viaggio cominci, Tony è abituato a esprimersi in maniera volgare e fuori luogo e per di più in una delle prime scene viene mostrato come risenta del razzismo che si respira nel quartiere popolare e malfamato del Bronx: getta infatti due bicchieri usati in precedenza da due operai di colore.

Durante il viaggio però Tony salva Don da un’aggressione, ne prende le difese e combatte le sue battaglie. Poi una volta tornato dalla sua famiglia a New York rimprovera uno dei suoi parenti quando usa un termine dispregiativo nei confronti del pianista e, seppur circondato dai suoi familiari, si sente vuoto, vuoto che viene colmato soltanto quando Don si presenta alla sua porta alla vigilia di Natale.

E last but not least c’è l’interpretazione di Mahershala Ali che ha saputo interpretare in maniera disarmante il suo ruolo in Green Book e a far trasparire tutto il suo dolore: non potrà mai integrarsi pienamente nella comunità bianca americana, ma anche quella afroamericana lo rifiuta perché suona musica non afroamericana, e pertanto sarà per sempre costretto a vivere a metà tra i due mondi. Tutto questo a volte anche semplicemente attraverso uno sguardo, attraverso i suoi occhi o i suoi gesti.

La storia vera che ha ispirato il film.

Il film deve il suo titolo ad un libricino che viene mostrato spesso, appunto il The Negro motorist Green Book, una guida di viaggio che seppur possa essere fraintesa, l’idea, venuta a Victor Hugo Green, è soltanto di servizio.

Sapeva che un viaggiatore afroamericano, andando a caso, avrebbe frequentemente vissuto l’umiliante esperienza di essere messo alla porta dai locali riservati ai bianchi, in molte città sarebbe potuta andare anche peggio: c’era in fatti il rischio di subire sanzioni e persino atti di violenza privata per un nero che si fosse fatto trovare in giro dopo il tramonto: di qui l’utilità di una guida che consentisse di trovare a colpo sicuro locali, servizi, esercizi pronti ad accogliere neri.

A riprova di quanto tutto questo fosse vero, in alcune scene Don è costretto a subire molte discriminazioni: non può provare un completo in un negozio di abbigliamento, non può cenare nel locale in cui deve tenere un concerto, suona in teatri per soli bianchi che però lo disprezzano una volta sceso dal palco e lo espone al rischio di violenze fisiche.

Shirley aveva rivelato giovanissimo il suo talento e iniziato a suonare da professionista a 18 anni debuttando con Tchaikovsky. L’essere nero gli ha però in parte precluso la carriera nella musica classica, dal momento che gli si fece capire che c’era per lui poco mercato tra il pubblico dei bianchi in quel settore: meglio sarebbe stato virare verso il jazz e il pop. Don ha seguito il consiglio senza però tradire del tutto la sua formazione classica, contaminando i generi e creandone uno proprio, fino a diventare un solista apprezzato nei teatri del mondo.

Dalle interviste rilasciate da allievi e amici di Donald è emerso che il “Dr. Shirley era un uomo molto, molto complesso. Mahershala è davvero entrato in quella parte: ha reso la rabbia interiore, il senso di solitudine, la completa dignità che ha sempre avuto e il suo interesse nell’aiutare le persone. Era come se fosse tornato in vita. Per due ore ci ha restituito il dottor Shirley”.

Nei titoli di coda si legge che il dottor Donald Shirley ha continuato a fare concerti, comporre e incidere dischi con grande successo. Di lui, Igor Stravinskij ha detto “Il suo virtuosismo è degno degli dei”. FrankTony LipVallelonga riprese il suo lavoro al Copacabana, fino a diventarne maître d’hotel. Tony Lip e il dottor Donald Shirley sono rimasti amici fino alla loro morte, avvenuta a pochi mesi di distanza nel 2013.

Shirley aveva rivelato giovanissimo il suo talento e iniziato a suonare da professionista a 18 anni debuttando con Tchaikovsky. L’essere nero gli ha però in parte precluso la carriera nella musica classica, dal momento che gli si fece capire che c’era per lui poco mercato tra il pubblico dei bianchi in quel settore: meglio sarebbe stato virare verso il jazz e il pop. Don ha seguito il consiglio senza però tradire del tutto la sua formazione classica, contaminando i generi e creandone uno proprio, fino a diventare un solista apprezzato nei teatri del mondo.

Dalle interviste rilasciate da allievi e amici di Donald è emerso che il “Dr. Shirley era un uomo molto, molto complesso. Mahershala è davvero entrato in quella parte: ha reso la rabbia interiore, il senso di solitudine, la completa dignità che ha sempre avuto e il suo interesse nell’aiutare le persone. Era come se fosse tornato in vita. Per due ore ci ha restituito il dottor Shirley”.

Se ieri sera ve lo siete perso, vi consiglio di recuperarlo su RaiPlay, avete una settimana di tempo per farlo.

Tamara Santoro
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