Into the wild: il road movie di Sean Penn

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Into the wild è il film del 2007 che ha la firma alla regia e alla sceneggiatura di uno tra i massimi attori della Hollywood più sofisticata e godibile, lo Sean Penn tra gli altri di La sottile linea rossa, Mystic River e Milk. Il suo è un film, in parte, riuscito, laddove l’idea, che viene da una storia vera narrata nel libro Nelle terre selvagge di Jon Krakauer, stabilisce con rigore la differenza tra fuga e approdo.

In effetti quello che il giovane Christopher McCandless (un bravo Emile Hirisch) sembra fare, è fuggire: fuggire da una bigotta famiglia borghese dei primi anni ‘90; fuggire dalle scelte senza libertà che codici preimposti hanno deciso per lui (laurearsi, cambiare macchina, fare soldi ecc.); fuggire da quella condizione in cui si opera senza esserci. È proprio questo il nodo di Into the wild: Christopher non fugge. Il suo girovagare per l’America è, null’altro che la ricerca di un approdo, che sia, casa e rivelazione; conoscenza della natura e conoscenza di sé stessi. Morte nella propria verità.

Intricata di vicende e personaggi; di territori, di vuoti, di bellezza, di pienezza; questa, l’occasione per Chris di intraprendere un viaggio al cospetto della natura, è, dal punto di vista registico, la cosa migliore di Into the wild.

into the wild film

Penn indaga, allo stesso modo, le risorse naturali e i volti; lo sbigottimento di questi, affiancati in ogni espressione dalla macchina da presa che ne cattura le profondità, restituisce, con una poesia dell’immagine dalla straordinaria sensibilità artistica, un tema primigenio quanto la vita: il confronto uomo/natura. Dunque al tema del viaggio, vi è da collegare il tema della conoscenza di sé mediante la natura.

Pensando questo, e pensando a quanto il tema, nel passato, in diverse discipline, sia stato trattato, sorge una domanda: c’era bisogno, adesso, di questo film?

Perché se è vero che Penn gioca di rimandi e citazioni (dall’armadio col poster di Eastwood, alle frasi di Thoreau, alla separazione dello schermo che ricorda il Kill Bill di Tarantino, fino alla più sottile “Ti preoccupi di cosa pensano i vicini?”, frase rivolta al padre, che ha un chiaro riferimento a una poesia di Bukowski, amico dello stesso Penn), è anche vero che il film soffre di un anacronismo inevitabile e che, e questa mi sembra la parte peggio riuscita, cada molto spesso in banalità e luoghi comuni.

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Il regista cerca di livellare verso il basso enfasi e retorica, ma non sempre ci riesce; quella di Into the wild si posiziona a metà tra un fin troppo scontato viaggio di formazione, e un road movie, che strizza l’occhio agli hippie, ma che già, da Kerouac in poi (o forse da Whitman), sia in letteratura che al cinema, ha avuto tanti (troppi) precedenti.

Va elogiata l’intenzione di Penn di fare un film in cui credeva (ha aspettato dieci anni per ottenere i diritti) e ne va lodata la prova registica; il film funziona e no, in certi casi sbava nelle interpretazioni – pensiamo, ad esempio, al dialogo tra Chris e Wayne (un Vince Vaughn inedito e convincente) – ma conserva un’ingenuità spontanea, un candore vitale, che supera l’occhio critico alle imperfezioni, e fornisce un risultato godibile di un prodotto che può saziare la sete di ogni tipo di pubblico.

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