Caccia a Ottobre Rosso, un indimenticabile Sean Connery

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Caccia a Ottobre Rosso è uno dei più celebri film d’azione degli anni ’90, con protagonista Sean Connery, venuto a mancare ieri, 31 ottobre 2020, all’età di 90 anni. Vanta la regia di John McTiernan ed un cast d’eccellenza

Sean Connery è stato un uomo dal multiforme ingegno. Divenne attore per caso, lo scozzese, un marcantonio per l’epoca in cui nacque: di una bellezza indiscutibile e fuori dal comune, a cavallo fra gli anni ’40 e ’50 partecipò a concorsi di bellezza, posò nudo, fece il lattaio, accettò piccoli ruoli pur di sbarcare il lunario, ed infine raggiunse il successo nel 1962, quando l’ancora vivo Ian Fleming riconobbe in lui il perfetto James Bond.

Si dice che Fleming, inizialmente dubbioso, tanto da definirlo “uno stuntman troppo cresciuto”, rimase in realtà impressionato dal provino, tanto da scartare la prima opzione per il ruolo dell’agente 007, Richard Todd, attore irlandese già noto nel settore. Da Dr No, la carriera attoriale di Sean Connery fu tutta in discesa. Si ritirò, infine, dopo aver partecipato ad uno dei primi cine-comics moderni, La Leggenda degli Straordinari Gentlemen, del 2003, tratto dall’omonimo fumetto di Alan Moore – quello di V per Vendetta, per capirci.

Ecco, Sean Connery, da sempre gelosissimo della sua vita privata e del quale non si conoscono scandali, si è ritirato, dunque, dalla vita cinematografica proprio quando il cinema, finalmente, stava iniziando a cambiare: quando l’inclusività, la comprensione, la molteplicità dei punti di vista politici e social, ecco, quando tutto ciò che ora riconosciamo nel cinema aveva cominciato, embrionale, ad esistere. Connery è dunque l’emblema di una Hollywood ingiusta (leggi qui: Hollywood, la serie su un cinema inclusivo), impari, giganteggiante, superficiale, incarnante un sistema economico che ha mostrato le sue infinite debolezze, di un sogno che, nel suo caso, s’è realizzato. Egli, però, ne rimase sempre distante, preferendo mantenere l’identità scozzese e marinara che lo contraddistinse dalla giovinezza. Per questo, forse, egli, in quanto più simile all’interpretare se stesso che un personaggio, risulta fornire un’interpretazione eccelsa in un film che, ora, sarebbe irrealizzabile e fortemente – giustamente, per i valori del 2020 – criticato: Caccia a Ottobre Rosso, dall’omonimo romanzo dell’altrettanto multiforme Tom Clancy, il re della letteratura d’azione.

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1984, Guerra Fredda. Un sottomarino nucleare high tech, portatore di tecnologia stealth avanzatissima, viene varato, comandato da una leggenda del settore, Marko Ramius (Sean Connery). Praticamente, l’arma definitiva per iniziare la guerra fra Usa e URSS. Segreta intenzione è, nonostante gli ordini di attaccare New York, quella di disertare per vivere, Ramius, che ha da poco sofferto il lutto dell’amata moglie, una tranquilla vita in America. Nel frattempo, l’ambasciatore sovietico in USA (Joss Ackland) avverte l’Agenzia Nazionale per la sicurezza che è stato perso il contatto con l’Ottobre Rosso – che, a sua volta, viene prima individuato e poi, all’accensione del meccanismo stealth, perso, dalla USS Dallas. Viene dunque chiamato, dal direttore della CIA, Jack Ryan (Alec Baldwin), un analista stimato nel settore e precedentemente marine, per sbrogliare la matassa.

Caccia a Ottobre Rosso, come ho affermato precedentemente, è un film sostanzialmente manicheo.

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I russi – tranne quelli che vogliono disertare, e anche quest’ultimi sono buoni solo dopo aver palesato la loro intenzione – sono i cattivi, cattivissimi, spietati; gli americani incarnano tutto ciò che c’è di buono, torta di mele e patriottismo, nel mondo. Il sottomarino russo è un luogo oscuro, labirintico, abitato da uomini in uniformi che sembrano scafandri per quanto rigide, in cui si beve una brodaglia che tutto sembra essere tranne whisky; in cui il potere assoluto di Romius incute un sacro terrore, il quale è, a sua volta, oggetto di un culto della personalità quasi staliniano, in anni – i tardi anni ’80 – in cui la destalinizzazione ad opera di Kruschev e Gorbaciev era già realtà. Romius, un normale, sebbene dall’enorme forza di volontà, dalla statuaria compostezza incarnata da un Connery che, per tale interpretazione, vinse il Bafta, uomo, fra tante pedine della dama, ragazzini impauriti senza volto, sottufficiali confusi e senza spina dorsale, privi di inventiva, uccisi dalla visione massimalistica comunista – ciò che l’Occidente, a suo dire, ha sempre detestato dell’URSS: la spersonalizzazione. Ecco, sebbene il personaggio di Romius sia, dunque, ben scritto, è fuori dal tempo, ed è, dunque, semplicemente, un americano trapiantato in Russia (difatti, di nascita, lituano: figlio di conquistati) che malsopporta, che non più crede, alla contrapposizione manichea delle due superpotenze, e che si rivela, pian piano, come solo desideroso di pace. Una pace che, evidentemente, secondo Tom Clancy e lo sceneggiatore Larry Ferguson (Alien 3, Rollerball), grande madre Russia non avrebbe mai potuto donargli.

Il personaggio interpretato da Sean Connery, pur coi suoi difetti, è l’unico segnale di apertura in una cortina, anche artistica, che quell’Hollywood aveva elevato contro il Blocco Sovietico: un antieroe benriuscito e atipico

La storia reale cui si ispira Caccia a Ottobre rosso, è, ad ogni modo, ben diversa. L’ammutinamento della Storoževoj, avvenuto negli anni ’70, ebbe basi ben diverse: totalmente opposte dal voler scappare da grande madre Russia, bensì nel voler riportare i veri valori leninisti traditi all’epoca da Breznev, capo del PCUS.

Contrapposto a Ramius, Borodin, interpretato da Sam Neill, suo primo ufficiale, è solo macchietta, è solo specchio, che vive di luce riflessa, di quel potere assoluto che sembra essere peculiare dalla superpotenza comunista. Testimone di un gioco, quello della caccia al gatto e al topo, quello dell’intera Guerra Fredda che Romius, accuratamente, definisce “una guerra senza battaglie, solo morti”, giocato da menti superiori a tutte le altre, in quel momento storico.

Dunque, in Caccia a Ottobre Rosso, sebbene il focus sia principalmente sul personaggio interpretato da Alec Baldwin, Jack Ryan – che, per chi non conoscesse bene Tom Clancy, è come dire Hercule Poirot per Agatha Christie – tecnicamente narratore interno e implicito, e la maggior parte dell’azione avvenga a bordo della Dallas, l’attenzione dello spettatore, grazie alle tecniche registiche del navigato John McTiernan, è spostata tutta sullo scarso screenplay dedicato alla controparte russa; i nervosi ma fieri americani, fra cui spicca il sottufficiale Jones (Courtney Vance) che riesce ad identificare la firma sonora dell’Ottobre Rosso, si lanciano in una battaglia confusa, sparando torpedo a caso, contando più sulla superiorità morale che su quella bellica.

I russi, dunque, acquisiscono un tono secolare – rafforzato dalla colonna sonora basata sul tema dell’Armata Rossa, riarrangiata da Basil Poledouris – che agli americani, pratici e sbrigativi, manca del tutto: il bene, nel film di McTiernan, non ha valore di canto epico; l’Ottobre Rosso, sebbene soffocante, brilla delle multiformi luci di una nave spaziale. Invisibile, tale sottile differenza, agli spettatori degli anni ’90, che si lasciarono, dunque, incantare, dalle grandiose tecniche portate sullo schermo, dall’altissima tensione, dalle geniali speculazioni di Ryan, dalla ricchezza dei dialoghi e dal cast ensemble di Caccia a Ottobre Rosso.

Un film che verrà ricordato principalmente per il suo protagonista.

Giulia Della Pelle
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