The Whale | Recensione

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Distribuito da IWonder Pictures , Il 23 Febbraio arriverà anche nelle sale italiane The Whale l’ultima pellicola di Darren Arenofsky con un immenso Brendan Fraser.

Candidata a tre Premi Oscar e a quattro British Academy Film Awards e tratta dall’opera teatrale omonima di Samuel D. Hunter, che cura anche la sceneggiatura del film.

Aronofsky ha raccontato di aver impiegato circa dieci anni per portare a compimento il progetto, soprattutto per la difficoltà di trovare l’interprete giusto. Ma probabilmente le difficoltà sono state legate anche al rischio di spettacolarizzare un tema tanto delicato. E infatti una parte della critica specializzata (per fortuna minima) ha accusato il regista de Il Cigno Nero e di The Wrestler (premiato con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 2008) proprio di exploitation nei confronti dell’obesità.

Niente di più falso a mio avviso; perché la The Whale rappresenta il meglio di quello che è il cinema nella migliore accezione del termine, cioè Realismo ed Empatia.

Il realismo di The Whale sta nella scelta di raccontare un problema, un dramma che esiste e che riguarda un numero consistente di persone nel mondo, e di cui è giusto parlare, ovviamente evitando ogni spettacolarizzazione, compiacimento o peggio ancora sarcasmo nel farlo. Ecco, in The Whale non c’è nessuna esagerazione, nessuna morbosità nel mostrarci la storia di Charlie, ma solo uno sguardo attento e meticoloso.

La capacità di creare empatia poi è, forse, l’aspetto più bello della pellicola, e questo si deve senz’altro al regista, ma soprattutto a Brendan Fraser, che ci regala un’interpretazione stratosferica, giustamente apprezzata e che gli ha regalato emozionanti standing ovations al TIFF e alla Mostra del Cinema di Venezia 2022. Fraser ha creduto fortemente nel progetto, “concedendosi” in maniera assoluta all’interpretazione di Charlie, in quello che si è rivelato essere il ruolo della vita. Ruolo che ha costruito soprattutto con la forza dell’espressione (soprattutto gli occhi), con i gesti e certamente non solo grazie al trucco. L’attore di Indianapolis riesce a dare vita ad un personaggio pieno di sfumature; di lui sono si evidenti la vergogna che lo porta a nascondersi dal mondo, il dolore, il rimpianto, senz’altro la debolezza per non aver saputo reagire, ma anche l’acume, una certa ironia, il disperato bisogno di riscatto, la fiducia nel genere umano e la testardaggine nel voler far comprendere alla sua risentita e problematica figlia quanto lei valga.

Un’interpretazione di un’umanità sorprendente (The Hollywood Reporter)

Charlie, un professore di scrittura, è un uomo sofferente che non ha saputo reagire ad una perdita, e che per questo ha sviluppato un ossessione per il cibo e che, soprattutto a causa degli enormi problemi fisici, vive recluso in casa. Fa infatti lezione solo online e senza accendere mai la videocamera, non ha contatti con il mondo esterno ad eccezione di Liz, la sua amica infermiera, che gli fa compagnia, lo aiuta nelle faccende pratiche e nelle medicazioni che gli sono necessarie. Ad un certo punto, dato il netto peggioramento delle sue condizioni, prova a ricucire il rapporto con sua figlia (Ellie), che non vede da anni. Il professore aveva infatti abbandonato la moglie (Mary) e la figlia per amore di un uomo, il compagno la cui successiva morte lo getterà nella disperazione e lo condurrà all’abbandono di sé stesso.

Il resto di The Whale è un intenso viaggio alla riscoperta degli altri, dei rapporti umani, del rapporto con la religione, della vita, ma soprattutto di sé e dei propri traumi, fino ad arrivare ad un emozionante finale per il quale è difficile trattenere le lacrime.

L’intero cast funziona alla perfezione; Hong Chou nel ruolo di Liz, l’intensissima Sadie Sink in quello di Ellie, Ty Simpkins nel ruolo di Thomas (l’unico personaggio esterno alla vicenda, ma protagonista insieme a Fraser di una delle scene più significative del film), e infine Samantha Morton nel ruolo dell’ex moglie Mary.

the whale recensione

Per finire menzione d’onore a Darren Aronofsky e alla sua regia “minimalista”. Il regista ci aveva abituati ad uno stile decisamente più impattante e visionario con largo utilizzo di elementi onirici e allucinatori. Qui invece c’è la rappresentazione della realtà: dagli spazi troppo piccoli della casa, alla finestra limite e miraggio allo stesso tempo, all’enorme quantità di libri (tra i quali Moby Dick, opera che Charlie rilegge ogni volta che crede di essere sul punto di morire e che è un riferimento costante in tutto il film), al corpo del protagonista. Aronofsky ha sempre dato centralità al corpo, ma qui lo fa in maniera diversa. Senza voyerismo, senza alcun intento di critica per le scelte dell’uomo e per lo stato in cui vive. Approccio completamente diverso rispetto, per esempio, ad uno dei suoi film più famosi, Requiem for a Dream, in cui era evidente il suo disappunto e quasi disgusto nei confronti dei tossicodipendenti.

Tutti questi elementi ne fanno un film bellissimo, assolutamente da vedere. Un invito ad entrare nella vita di questo ragazzo e a stabilire una connessione emotiva con lui citando l’autore Samuel D. Hunter.

Una vera e propria esperienza, che difficilmente lascerà indifferenti.

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