Tolo Tolo: Checco Zalone, tra satira e realtà – Recensione

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Tolo Tolo di Checco Zalone (con la complicità di Paolo Virzì) è l’affresco di un Paese alla berlina descritto con amara ironia, è la storia del “viaggio della speranza” di un immigrato visto con la mentalità e con gli occhi di un italiano medio

Parto dal presupposto che, nonostante in molti abbiano abboccato al trailer di Tolo Tolo – quella è stata una scelta di marketing geniale: uscire con un trailer che non ha niente a che fare con la trama del film solo con l’obiettivo di spingere alcune persone ad andare al cinema -, da progressista quale mi reputo non ho mai creduto che Checco Zalone fosse un razzista. Dai, come si può pensare che uno come lui, che ha preso in giro gli omofobi – non avrete mica pensato che fosse pure omofobo, spero – e i leghisti in Cado dalle Nubi, potesse essere classificato come xenofobo? Soprattutto uno che decide di affidarsi per la co-sceneggiatura alla penna di Paolo Virzì, noto per gli ideali in cui crede.

E quindi senza preconcetti sono andata a vedere Tolo Tolo, e l’ho trovato un film che sicuramente crea molta meno ilarità rispetto ai suoi lavori precedenti, ma fa riflettere, fa ragionare senza buonismi, denuncia e provoca una classe politica che non conosce, ma parla. E proprio perché ci spinge a pensare, ad andare oltre le urla che incitano l’odio, che non è stato apprezzato a pieno titolo, perché ormai siamo abituati a guardare film divertenti piuttosto che quelli che trattano temi importanti e spesso scomodi. Per tutta la durata del film Checco cammina su un filo sottile che separa comicità e una problematica seria, che spesso sfocia in tragedia umana.

Perché lui ha inteso perfettamente il ruolo del cinema, ovvero quello che deve empatizzare, diffondere, provocare ed evolversi costantemente.

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Tolo Tolo narra di un italiano egoista e ottuso, per giunta evasore fiscale che, invece di pagare lo Stato, affrontare il fisco e il commercialista, rendere conto alle due ex mogli, decide di emigrare in Africa, dove ritrova la serenità e l’amore in un villaggio turistico dove fa il cameriere. Qui stringe amicizia con il collega Oumar, un ragazzo coltissimo e appassionato del neorealismo italiano che sogna di arrivare nella Penisola, e conosce l’altra collega Idjaba, orgogliosa e scontrosa, con Doudou (“come il cane di Berlusconi!”) a carico. A causa di un attacco terroristico, Checco si ritroverà senza soldi e documenti, senza vestiti firmati e creme idratanti, e con la famiglia che lo vuole morto. Così decide di intraprendere “il grande viaggio”, attraversando il continente subsahariano e i campi di concentramento libici alla volta dell’Europa, o meglio del Liechtenstein, proprio mentre i famigliari festeggiano la sua sparizione e con essa l’estinzione dei debiti.

La pellicola ha sicuramente dei difetti, troviamo una regia non perfetta – d’altronde Luca Medici è alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa – e dei montaggi spesso altalenanti, dove a tratti alcune sequenze sono confusionarie. Tuttavia non possiamo chiedere a Zalone di essere Kubrik e quindi mi sento di dire che Tolo Tolo è molto di più di quello che siamo abituati a vedere in una semplice e spesso banale “commedia all’italiana”. E’ un Checco maturo e coscienzioso, capace di sviscerare tematiche scottanti con satira, di abbracciare un cinema più coraggioso, desideroso di aprirsi al racconto, alla narrazione fatta di quei luoghi comuni e di quel modus operandi che ci fa sentire tutti simili, schiacciati dall’omologazione del pensiero unico. Ed è proprio a questa forma di chiusura mentale che Zalone ci chiede di reagire, ci chiede più umanità, ci mostra il peggiore esempio possibile di noi stessi. Ci fa ridere dei nostri atteggiamenti ignoranti e spocchiosi. E prende in giro tutti, nessuno escluso.

Tolo Tolo: Checco Zalone, tra satira e realtà - Recensione 1

Dal peso che mi è venuto addosso di quello che stavo vedendo, che mi sono accorta dell’impronta di Paolo Virzì – okay, ho un debole per lui da sempre. Ma qui si tratta di una considerazione non solo soggettiva, ma anche e soprattutto oggettiva – e del suo tocco delicato nel raccontare certe dinamiche. Perché è anche grazie al regista livornese che Zalone è riuscito ad entrare nel dibattito sull’immigrazione, di ironizzare sulla realtà, prima sulle contraddizioni del nostro Paese (l’individualismo, le troppe tasse, equitalia, l’impossibilità di sognare) e poi sulla disperazione durante il “viaggio della speranza”, di offrirci un punto di osservazione sui campi di concentramento libici in cui vengono tenuti prigionieri i migranti, mischiando il reale e il surreale. E poi ci fa ridere quando paragona il fascismo alla candida, ci fa emozionare e cantare nei momenti di musical, ci fa capire che la tradizione italiana può convivere con quella africana, che la fisarmonica italiana non stona con i tamburi africani, che la diversità è una ricchezza che bisogna cogliere, non buttare via.

Che poi che fa se alla fine si ride di meno, non è che se in 90 minuti di film ridi 60 allora il prodotto non è buono. Quel che è sicuro è che Luca Medici, dopo gli incassi da capogiro di Quo Vado, poteva raccontare qualsiasi cosa, anche la più stupida e la meno invasiva, tanto avrebbe battuto il record lo stesso. E invece ha scelto di schierarsi, di girare il coltello nella piaga, di fare male con le risate, di sbatterci in faccia una verità scomoda su un tema scomodo. Il bello è che per conoscere questa verità che spesso vogliamo censurare, la siamo andata a pagare. Un film che sicuramente gli toglierà consensi e non lo farà diventare senatore a vita, ma chapeau per il coraggio, Luca.

Isabella Insolia
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