Lettera a Sergio Endrigo

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Caro Sergio,

forse ti sorprenderà, ma noi due già ci conosciamo. Inutile frugare nei ricordi, perché non è attorno a una tavola, per cena, che il nostro legame è nato. Neppure in uno dei tuoi concerti, per quanto, ti assicuro, saresti stato uno dei pochi che avrei seguito senza stancarmi mai. Ragioni anagrafiche ci hanno allontanato, quando tu eri ancora in vita. Te ne sei andato che avevo compiuto da poco quindici anni. Capisci, Sergio, quindici anni. Né bambino né uomo, e uno di questi devi essere per godere appieno di ciò che le tue canzoni dicono.

E allora, quando ci saremmo conosciuti? Ti dirò, non ricordo con esattezza. Forse ascoltando il suggerimento di un amico, forse cogliendo di sfuggita qualche stralcio della tua straordinaria voce alla radio o in televisione. Non è questo il punto. Ciò che conta è che ci siamo incontrati e che il rapporto sia più forte che mai.

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Sergio Endrigo.

Vedi, Sergio, ho iniziato ad ascoltarti negli anni dell’università, avrò avuto vent’anni, e ancora oggi sei lì, con la coppa del primo classificato, sul mio podio personale. Con te, a dire il vero, c’è De André, ma penso che non te ne offenderai: due giganti, due pilastri della canzone italiana. E poi, ricordi? Fu proprio lui il primo a credere nella tua vittoria in quel Festival di Sanremo del 1968. Lui che, sfidando il suo carattere schivo, accettò di seguire la manifestazione canora come cronista del Corriere Mercantile.  

Mi hai aiutato in più di un’occasione, Sergio. C’eri quando finiva una storia d’amore e le parole de Nelle mie notti mi cullavano e mi aiutavano a risollevare il capo; c’eri quando sentivo crescere il disinteresse per gli altri e tu mi ricordavi, con La voce dell’uomo, che bisogna avere pazienza, ma non serve ignorare ed isolarsi. Infine ci sarai sempre quando dovrò ricordare certi valori su cui si basa la mia vita. Accanto a Bella Ciao, il 25 aprile, le mie labbra intoneranno La ballata dell’ex e il tuo nome, almeno per quanto mi riguarda, echeggerà tra quelli che hanno unificato per una seconda volta il Paese.

Purtroppo, caro Sergio, neppure tu sfuggi a quella strana malattia che si chiama “oblio”. La conosci bene, lo so. È stata il tuo cruccio, la maledizione che ha segnato gli ultimi anni della tua carriera. È triste ricordare e constatare che ben poco rimane delle glorie passate. Tu sei un po’ come quei grandi della letteratura che soccombono sotto il peso ingombrante dei loro figli di carta. Sherlock Holmes sbatte in prigione Conan Doyle, Dracula sigilla nella cripta Bram Stoker e il povero Collodi deve accontentarsi di sbucciare due pere mentre quel malandrino di Pinocchio viene portato in trionfo per tutto il mondo.

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Sergio Endrigo durante una delle ultime esibizioni.

I nomi dei grandi vengono spesso oscurati dalla fama dei loro successi letterari e questo avviene anche con le tue canzoni. Ogni volta che da un profano devo farmi capire quando faccio il tuo nome, intono i tuoi brani più celebri: Io che amo solo te, Ci vuole un fiore, La casa in via dei matti, L’arca di Noè. E lì si risvegliano da quel torpore ed esclamano: “Ah sì? Si chiama Sergio Endrigo l’autore?”.

Non sai quanto questo mi addolori. Va bene avere gusti musicali diversi, va bene prediligere un altro tipo di musica. Ma ci sono autori di cui non si può ignorare il nome, autori che hanno dato un contributo tale che oggi sono patrimonio dell’umanità. E tu sei uno di loro.  

Il rischio di sparire per sempre c’è, e lo vedo nelle scuole. Gli adolescenti di oggi scansano la musica dei loro padri, ma è a loro che dobbiamo guardare, Sergio, se vogliamo rendere immortale il tuo nome e il nome degli altri cantautori che hanno rifondato la canzone italiana. Già io, che ho trent’anni, sono un caso raro, perché quando avevo la loro età erano gli 883 ed altri gruppi ad andare, non voi.

Non occorre smuovere monti per far sì che le nuove generazioni vi ricordino: la vostra opera è il migliore biglietto da visita. Ma occorre parlare di voi a questi ragazzi, saperli affascinare, come hai sempre fatto tu quando tendevi la mano alle giovani leve della canzone italiana.

Sappi che su di me ci puoi contare. Te lo devo, perché ho un debito che mai riuscirò a saldare.

Massimo Vitulano
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