Quattro chiacchiere con Mark Denkley dei Sandness: un basso ed un grande sogno

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Avete presente quando, da adolescenti, ci si trovava tutti nella stessa città a sognare il rock, girare il mondo con la propria musica, ascoltare all’infinito i dischi dei proprio gruppi preferiti e suonare uno strumento per mettere su, assieme agli amici del proprio giro, una band?

Magari, il sabato sera, ci si incotrava tra “caveloni” per parlarne davanti ad un paio di birre mentre gli autobus passavano pigramente sul corso di una sonnecchiosa cittadina del Nord Italia.

Ecco, oggi ne parliamo dunque con Marco Battistotti, anzi Mark Denkley, bassista e cantante dei Sandness. Un power trio proveniente dalla mia stessa città, Rovereto in provincia di Trento, che, nel corso degli anni, ha dato alla luce svariati album ed EP ed ha condiviso il palco con gruppi del calibro di Adam Bomb, Nazareth, Reckless Love, L.A. Guns, Lita Ford e tanti altri ancora.

Detto questo cedo volentieri la parola a Mark Denkley ed auguro a tutti voi una buona lettura, magari mettete qualche classico del rock anni Ottanta come sottofondo per godervela al meglio!

Quattro chiacchiere con Mark Denkley dei Sandness: un basso ed un grande sogno 1

Ciao Marco, anzi Mark, prima domanda, come stai?

Ciao Vanni e ciao a tutti i lettori di Shockwave Magazine! Tutto bene, grazie, nonostante questo periodo buio per la musica live e non solo. Spero che anche tutti voi stiate bene!

Sì ti ringrazio a nome di tutti. Ad ogni modo, come hai iniziato a suonare il basso e ad appassionarti alla musica?

A 14 anni mi ritrovai per caso sotto al palco di una tribute band di Jerry Lee Lewis, i The Killers (che colgo l’occasione per salutare). Il live fu fantastico e ricordo in particolare che rimasi veramente folgorato dal suono profondo ed avvolgente del basso, tanto che, una volta tornato a casa, decisi che avrei voluto iniziare a suonare, e cosi è stato. Con alcuni amici mettemmo in piedi le prime cover band ed iniziai a scoprire il fantastico mondo della musica, mondo in cui sono completamente immerso ancora oggi e da cui spero di non uscire mai.

Quali sono stati i tuoi gruppi di riferimento principali?

Il mio gruppo di riferimento principale sono i Mötley Crüe, scoperti per caso a 15 anni, quando già ascoltavo i grandi classici del rock come Deep Purple, Guns N’ Roses ed AC/DC. Furono come un fulmine a ciel sereno: la loro grinta, la loro attitudine, il loro look ed ovviamente la loro musica ebbero subito un enorme impatto su di me. Oltre ai Mötley provo un grande amore anche per altre band degli anni ‘70/’80, come Whitesnake e Def Leppard, T-Rex e Rolling Stones, e per band più moderne come The Struts e Ghost. Ammetto che ultimamente strizzo volentieri l’occhio anche al pop degli anni ‘80, come Duran Duran, The Cars, Wang Chung… Insomma, cerco di variare il più possibile ciò che ascolto. C’è tanta buona musica in giro e non sarebbe saggio soffermarsi su un unico genere.

Quattro chiacchiere con Mark Denkley dei Sandness: un basso ed un grande sogno 2

Come è nato il progetto Sandness?

Nel lontano 2008 avevo da poco lasciato una tribute band ai Guns N’Roses e volevo iniziare a scrivere canzoni inedite. Tra i miei compagni di classe c’era Metyou, che individuai subito come un ascoltatore di musica rock, e gli chiesi se volesse diventare il batterista della mia nuova band. Lui rispose: “okay, ma io suono la chitarra”, al che dissi: “ti insegno io”, come se io fossi un gran batterista… Per fortuna l’allievo superò il maestro molto in fretta! Di lì a poco entrarono a far parte della band anche Giulio (a cui dobbiamo l’invenzione del nome della band) come chitarrista ritmico e Mattia come chitarrista solista. Un anno dopo, con l’uscita di Giulio, arrivò Robby alla chitarra ritmica e fin da subito capimmo che era il pezzo mancante di cui avevamo bisogno. Con il passare degli anni ci furono altri cambi per quanto riguarda la chitarra solista, fino a quando ad inizio 2013, alla vigilia del nostro debutto discografico, decidemmo che i Sandness sarebbero diventati un power trio con due voci soliste.

In che modo nasce una canzone dei Sandness? Se ne occupa solo uno, più o meno “fisso”, oppure si tratta di una creazione collettiva in sala prove o in studio?

Ognuno porta il proprio contributo alla realizzazione delle canzoni, ma Robby è la mente principale, infatti è lui che scrive la musica e le melodie vocali. Quando abbiamo la bozza lavoriamo tutti assieme alla parte strumentale per poi concentrarci sul testo. Una volta registrata la demo, che ci permette di avere un’idea concreta di come potrebbe/dovrebbe risultare la canzone, cerchiamo gli eventuali punti deboli e continuiamo a migliorarla fino a quando la portiamo in studio.

Quale, tra i vari EP ed album, vi è piaciuto di più registrare e portare dal vivo? Come mai?

Sono fiero di tutto il lavoro che abbiamo fatto fino ad ora, ma il mio preferito devo dire che è il nostro terzo lavoro Untamed, uscito per Rockshot Records nel 2019. A parere mio è il disco che ci ha portato più soddisfazioni e tutt’ora a distanza di due anni continua farlo, con tantissime ottime recensioni da tutto il mondo e il singolo London che ha superato i 200 000 ascolti su Youtube. Questo è stato il primo disco che abbiamo registrato alla The Groove Factory di Udine, sotto lo sguardo e soprattutto l’orecchio attento del nostro caro amico Michele Guaitoli (Temperance, Visions Of Atlantis), che ha saputo tirare fuori il meglio di noi. Grazie Michele!

In questi anni avete diviso il palco con artisti del calibro di Adam Bomb, L.A. Guns, Reckless Love, Hell In The Club, Nazareth, Lita Ford, Tygers Of Pan Tang e così via. Con quale di questi nomi vi siete trovati più in sintonia e perché?

Ognuna di quelle serate è stata fantastica a modo suo, perché ci ha dato la possibilità di condividere il palco con artisti che adoriamo. L’esperienza migliore però l’abbiamo avuta in occasione delle due date in apertura ai Tygers Of Pan Tang, leggende della New Wave of British Heavy Metal. Abbiamo legato molto fin da subito e tuttora rimaniamo in contatto con loro tramite i social. La nostra canzone Tyger Bite (Untamed 2019) è un tributo a loro.

Ci puoi raccontare qualche aneddoto da palco?

Ce ne sono moltissimi, questi sono i primi che mi vengono in mente:
– 2011, Lettonia: stiamo suonando in un locale stracolmo di gente e Robby, preso dall’adrenalina, salta tanto in alto da sbattere la testa contro lo spigolo di una cassa dell’impianto audio: ha finito il concerto sanguinando dalla testa;
– Un’altra volta, eravamo appena saliti sul palco e pronti per iniziare quando Robby si è accorto che l’amplificatore della chitarra non funzionava… Panico! Dopo aver staccato e riattaccato tutti i cavi possibili con l’aiuto dei tecnici e aver invocato tutte le divinità a noi note, abbiamo finalmente svelato l’arcano: bastava alzare il volume…
– In occasione dell’apertura a Lita Ford, a gennaio 2020, avevamo deciso di registrare il concerto in modo da inserirne una parte nell’EP Enter Please (che abbiamo rilasciato ad Agosto 2020), quindi tutto doveva essere assolutamente perfetto. Tanto per cominciare, quella sera i nostri wireless hanno deciso di non funzionare e abbiamo dovuto ripiegare sui cavi jack, con un impatto significativo sulla nostra presenza scenica e sulla nostra sicurezza durante il live. Come se non bastasse, alla seconda canzone, la cassa spia davanti a me ha iniziato ad emettere suoni sinistri e non riuscivo a sentire nulla se non degli scoppiettii poco rassicuranti (che per fortuna il pubblico non sentiva). Ero già molto agitato, vista l’importanza della data, e questo sicuramente aiutato. Fortunatamente siamo riusciti a portare a casa la canzone dignitosamente e il fonico Davide Caragnano (che non smetterò mai di ringraziare) è riuscito a risolvere il problema abbastanza in fretta, così da permetterci di concludere il concerto con successo, di registrare il resto del live come da piano e pubblicarne una parte sull’EP.

Sei partito da Rovereto (TN) che non è certo famosa per la scena glam e sleaze, com’è stato girare l’Europa suonando?

Beh dai, ormai non siamo più così glam/sleaze, con la vecchiaia siamo diventati un po’ più sobri! Suonare all’estero è sempre un’esperienza fantastica, abbiamo avuto la possibilità di portare la nostra musica in molti Paesi (Gemania, Francia, Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Belgio e Olanda) e abbiamo così avuto modo di confrontarci con diverse realtà e incontrare un sacco di persone meravigliose. L’anno scorso avremmo avuto la possibilità di suonare in UK per la prima volta (che è sempre stato un mio piccolo sogno nel cassetto) ma il Covid ce l’ha purtroppo impedito. Speriamo di poter recuperare presto e di tornare on the road il prima possibile!

Da cosa è composta la tua strumentazione?

Caschi proprio a fagiolo, perché giusto qualche settimana ho ricevuto in regalo da parte della mia ragazza un pedale preamplificatore DarkGlass Adam e lo ADORO! Con questo pedale posso suonare senza bisogno dell’amplificatore (e la mia schiena ringrazia), oltre ad avere un range enorme di suoni da scegliere e personalizzare. Ho due bassi di liuteria costruiti da Paolo Fracchetti della ormai ex Liuteria 69. Uno è simile al mio buon vecchio Jackson (basso che mi ha accompagnato nei primi anni), mentre il secondo ha il corpo identico a quello del Gibson Thunderbird (modello che adoro fin da quando ho iniziato a suonare). Sulle tastiere di entrambi ho fatto incidere il mio nome d’arte a caratteri cubitali (sì, all’epoca ero un po’ tamarro, lo ammetto…). A breve ho intenzione di commissionarne un altro ad una rinomata liuteria di Roma, ma è ancora presto per parlarne.

Come avete gestito il periodo di lockdown? Avete già delle nuove idee per i prossimi dischi?

Il lockdown è stato, come penso per tutti, un periodo molto difficile: non poter vedere i propri familiari e amici per diverse settimane non è affatto facile. La pandemia ha cancellato molti nostri programmi (date in UK, Germania ecc.) e non poter tutt’ora salire su un palco è decisamente frustrante. Abbiamo cercato però, come penso molte altre band, di vedere il bicchiere mezzo pieno e usare questo tempo extra per lavorare al materiale per il nuovo album. Sono felice di dire che abbiamo quasi finito di comporre i nuovi pezzi e che nei prossimi mesi torneremo finalmente in studio, sempre alla The Groove Factory di Udine, sempre con Michele Guaitoli in veste di produttore. Non vediamo veramente l’ora!

Qual è il futuro dei Sandness secondo te?

Come detto sopra, torneremo presto in studio per registrare il nuovo album e passeremo quindi la seconda metà del 2021 a preparare il release. C’è sempre un sacco di lavoro da fare: lavorare alla copertina (per cui ci affideremo come sempre al disegnatore svedese Christian Wallin, con il quale collaboriamo dal 2011), girare i video, preparare il materiale promozionale, ecc. L’idea è quella di pubblicare il nuovo album ad inizio 2022, sperando che per allora sarà possibile tornare sul palco per promuoverlo. Come sempre speriamo che ogni album ci permetta di crescere musicalmente e di raggiungere sempre più persone con la nostra musica. Personalmente trovo che non ci sia nulla di più bello al mondo che fare musica ed inseguire il proprio sogno con i propri migliori amici.

Chi è Marco quando non è Mark Denkley sul palco?

Marco è un chiacchierone, un amante degli animali e della natura, un bravo casalingo, una buona forchetta e un romanticone.

Ci puoi salutare con un aforisma?

Il rock non eliminerà i tuoi problemi. Ma ti permetterà di ballarci sopra. (Pete Townshend). Grazie mille Vanni per avermi dato l’occasione di raccontarmi e di parlare di musica e dei Sandness con tutti i lettori di Shockwave Magazine!

Grazie a te per il tuo tempo Mark, speriamo di rivedervi tutti sul palco al più presto! In attesa di questo momento, invito tutti i lettori a seguire i Sandness su tutti i loro canali social e ad alzare il volume!

Vanni Versini
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