Suttree: l’affresco visionario di McCarthy

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Di Cormac McCarthy il grande pubblico ricorderà soprattutto il libro Non è un paese per vecchi, data la geniale rappresentazione filmica dei fratelli Coen, in cui, un bravo Javier Bardem, nel ruolo di un killer psicopatico, semina il terrore lasciandosi alle spalle una lunga serie di vittime, in una polverosa pianura texana. Il libro arrivava alle stampe solo due anni prima di quel 2007 in cui, con il suo romanzo post-apocalittico La strada, McCarthy veniva insignito del premio Pulitzer.

Ma oggi faremo un passo indietro, sino al 1978, anno in cui il grande scrittore americano pubblicava uno dei suoi libri decisivi, tra i più complessi e ricchi dell’intera produzione: Suttree.

La prima domanda giusta da porsi è “Chi è Suttree?”

Suttree (Cornelius Buddy Suttree) è un dritto, che passa le sue giornate a pescare o in una casa galleggiante lungo lo sporco fangoso fiume Knoxville dell’omonima cittadina del Tennessee.

La geografia è un must dell’opera maccartiana: siamo negli anni ‘50 e i grandi campi coltivati e la ruralità di figure che traducono la vecchia America – tutte modellate al cesello, nella loro paura confinata in micro-mondi e di quella riottosità e diffidenza di chi non ha nulla da perdere tranne sé stessi – fanno del romanzo un affresco visionario, non solo della complessa vita in America del post-seconda guerra mondiale, ma anche, scavando nella psicologia di Suttree e di altri personaggi che ora introdurremo, dell’intero universale mondo umano.

L’America degli anni ‘50 o ancora meglio, nel Tennessee, Knoxville, sono raccontati, con una scrittura semi-autobiografica (McCartney è nato in Tennessee e a Knoxville ha frequentato la scuola) che sovverte la legge dell’iceberg di Hemingway, secondo la quale la scrittura doveva farsi esente da barocchismi e restituire (come per la punta dell’iceberg sopra la superfice dell’acqua) solo la verità essenziale.

In McCartney questo non succede: la narrazione, sin dalle primissime pagine, si fa corpo del romanzo, con una descrizione poetica e visionaria, magmatica, dal colore verde fango del fiume Tennessee, che svetta in acuti di grande lirismo, in geometria letteraria, dove ogni parola ha un peso.

Il fiume – il suo scorrere accanito ed incontrovertibile – dal quale viene rinvenuto un cadavere, è metafora della vita che viaggia, del flusso estatico, ma anche degradante e infermabile, che porta con sé vite e scorie, personaggi di varia natura, ma tutti accomunati dall’essere loosers, delinquenti e pazzi, masturbatori di angurie, come quell’Harrogate, che nella sua giovane maldestrezza, diverrà un punto cardine del romanzo, amabile perché senza possibilità.

Harrogate e Suttree, sono entrambi accomunati dalla permanenza in galera; come esseri speculari, diversi e necessari, si muovono, nella disperazione di un mondo ch’è arcaico e moderno, dove le relazioni sono possibili solo se canalizzate nella zona del bisogno e dunque sancite da un dislivello.

Suttree è scappato dai privilegi del mondo borghese e ora nella sua casa galleggiante e nel suo “schifo” (la barca con cui va a pescare) con alle spalle la durezza della vita ch’è comune a tutti (o molti) trentenni, vive o, come un moderno Mersault, si lascia vivere. Harrogate è stato trovato in un campo a masturbarsi con una piantagione d’angurie e, una volta in galera, la descrizione di McCarthy, ci restituisce un uomo, o meglio un ragazzo, inabile alla vita, fragile e senza prospettive.

Sarà l’animo di Suttree, seppur sotto una scorza e delle pose da duro, a cum-partecipare alla inettitudine del giovane, che, dopo che Buddy sarà uscito di galera, lo porterà ad evadere e a raggiungere, in quello sporco movimentato e sempre diverso fiume Tennessee, l’amico.

McCarthy Suttree

Altra domanda da farsi è: cos’è questo libro e, se proprio costretti, in quale genere dovremmo inserirlo?

Categorizzare è sempre un delitto in letteratura; i libri sono corpi, nature varie che letti dalle diverse prospettive – d’età, cultura, stati d’animo – assumono, per il lettore una diversa essenza a seconda del momento in cui si legge. E poi ci sono i grandi libri come il Suttree di McCarthy, che sono tante cose, e come una nervatura necessaria a un apparato, legati, ma scindibili, possono restituire anche in una sola frase la potenzialità del tutto.

La grande letteratura non chiude, apre rovinosamente, sensi e non-sensi, come un fiume (e non a caso il libro è stato paragonato a certe opere di Joyce) trasporta i brandelli della vita che c’è stata e che sarà. Ma facendo uno sforzo potremmo, forse, azzardando, paragonare questo libro, a una black-comedy impressionista, che, con una fin estenuante descrizione minuziosa del paesaggio (che, forse, è il vero protagonista del libro) e un profondo e dettagliato quadro emotivo dei protagonisti, giocato soprattutto sul non-detto, sui rimandi motori, più che introspettivi, ricalca l’orma di quell’America cantata da Twain e Steinbeck, e solo lateralmente si sente la voce di un grande poeta come Whitman.

Whitman cantava nei suoi versi un’America anche qui rurale, ma il suo occhio, travalicava, il manicheismo bene/male, giusto/sbagliato; in lui, la visionarietà, che sicuramente lo accomuna a McCartney, dava una speranza, iniziava, come solo i grandi poeti sanno fare, gli americani e il mondo al grande sogno, ed era il suo, l’urlo pacifista, che avrebbe fatto nascere, poi, il movimento Beat e, in seguito, gli hippies.

McCarthy non concede speranze ai suoi protagonisti: questi muoiono e vivono come l’erba e le coltivazioni, muoiono e vivono; essi sono il paesaggio e il grande fiume in cui Buddy con lo “schifo” va a pescare, racconta il miracolo del mondo e la suo atroce assurdo: tutto vive, tutto scorre, tutto passa; non ci sono vinti o vincitori, gli uomini non sono nulla, sassolini in balia del moto, gli uomini si barricano nei loro mondi, sono marcescibili dunque vivi per la morte, in ultimo, inclassificabili.

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