Goblin: Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark

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Chiunque sia appassionato di film horror conosce benissimo il nome di Dario Argento. Regista romano attivo sin dal 1970, oggi forse caduto “in disgrazia”, che ha saputo dare una forma subito riconoscibile all’horror ed al thriller italiano come l’immenso collega Lucio Fulci.

Ma naturalmente non si può dire Argento senza citare i folletti del progressive rock italiano, i Goblin, che hanno raggiunto il successo anche grazie alla loro firma posta su colonne sonore ormai iconiche. Dall’horror alla commedia, dal prog all’elettronica, nulla è stato impossibile per la band italian.

Inutile, per questa volta, soffermarsi sul loro esplosivo esordio, oltre che come Cherry Five, Reale Impero Britannico ed i seminali Ritratto di Dorian Gray, di “Profondo Rosso” oppure sul tormentato “Suspiria”.

Stavolta prendiamo ad esempio “Roller” del 1976, il primo disco slegato da una pellicola, ed a questo aggiungiamoci “Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark” del 1978.

Un album che porta con sé una novità piuttosto importante, ovvero, quella di essere cantato dal chitarrista Massimo Morante. Una cosa mai successa prima a parte qualche sporadico episodio.

Un altro punto di svolta, come scritto da Claudio Fuiano nel booklet interno de Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark, riguarda il fatto che questo è un vero e proprio concept album ispirato, semmai, ad un film animato come avevano già fatto i Beatles come in “Yellow Submarine”.

Solo che qui il film non esiste, se non nella mente dei musicisti e degli ascoltatori, ma questo non impedirà a due brani di finire in “Wampyr” del mitico George A. Romero e “L’altro inferno” del discutibile Bruno Mattei.

Una volta detto questo, rechiamoci dunque anche noi nella terra di Goblin in questo “bagarozziano” viaggio all’insegna della psichedelia, naturalmente con i fidi folletti Massimo Morante, Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli ed Agostino Marangolo come guide.

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Mark il Bagarozzo: Simonetti stende il suo tessuto di note sorretto dall’incessante basso di Pignatelli dove, quasi a sorpresa, si inserisce la voce di Morante con la sua chitarra elettrica.

Il testo è la bislacca presentazione del caro bagarozzo Mark, quasi futurista potremmo dire visti gli intermezzi recitati e onomatopeici, per una sonorità davvero progressiva figlia di quegli anni ormai al declino. Tastiere e chitarra faranno poi venire alla mente gli echi, neanche troppo velati, di band storiche come gli Emerson, Lake & Palmer ed i Deep Purple prima di fermarsi nel tuono.

Le cascate di Viridiana: atmosfere più eteree e lugubri sono la colonna portante del primo pezzo strumentale dell’album guidato dai “rintocchi” di un ispiratissimo Marangolo. A condire il tutto c’è un altrettanto ispirato Morante che firma i riff finali di chitarra elettrica per un risultato più glorioso e trionfale.

Terra di Goblin: come in un viaggio tolkeniano, una volta passate le cascate iniziali, ci si avventura in una terra che non è certo una delle mete più sicure dove camminare. Neanche se si hanno otto zampe con il nostro buon Mark, meglio correre!

Un ragazzo d’argento: chissà se i Goblin stavano pensando al regista durante la stesura di questa traccia, ma considerazioni a parte, si può dire che qui avviene la svolta più elettronica e dance di Simonetti (non per niente qualche anno dopo firmerà il tormentone “Gioca jouer” di Claudio Cecchetto).

Il testo è più poetico e “spensierato” dove possiamo ascoltare un Morante alle prese con la sperimentazione della voce oltre che con la chitarra acustica ed elettrica. Se volessimo fare un paragone allora si potrebbe pensare ai New Trolls leggermente meno prog e più pop.

La danza: ammetto che a sentire l’introduzione, dominata da synth alti palazzi e stacchi acustici cristallini, mi è venuta in mente la sigla di “Stranger Things”, ma oggi non siamo qui per parlare di Netflix.

Anzi, si può tranquillamente affermare che qui il suono dei Goblin c’è tutto, opportunamente miscelato ad un pizzico di Pink Floyd, e la band ci canta di una macabra danza dei bagarozzi dove “ali azzurre, colorate e scure, frullano impazzite”.

Opera magnifica, Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark: avete presente quando accendete la radio e vi capita di sentire “quei gruppi carini che ogni giorno alla radio trasmettono”? Bene, i Goblin vi danno il consiglio giusto mischiando rock e pop “per darti una musica che nessuno ti ha dato”.

Notte: tra i brani più brevi de Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark, ma anche più curiosi. Mentre Simonetti siede dietro ai tasti bianchi e neri, inframezzandoli con synth, il resto della band sorregge una curiosa parte recitata con tanto di botta e risposta.

Per fare un riferimento prog, devo dire che mi ha ricordato molto La città sottile, tratto da quel capolavoro immenso che è Io sono nato libero, del Banco del Mutuo Soccorso.

… E suono Rock: primo ospite dell’album già noto in casa Goblin per aver prestato il suo sassofono alle composizioni più horror della band.

Si tratta infatti di Antonio Marangolo, fratello maggiore del batterista Agostino, che possiamo poi ascoltare anche album appartenenti a vari artisti come gli Oliver Onions, Pino Daniele, Napoli Centrale, Antonello Venditti, Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Niccolò Fabi e tanti altri ancora.

Il ritmo è folle, urlato, progressivo, forsennato, arrabbiato, è prog nella sua forma più scatenata con tanto di rimandi agli Who di “Who’s Next” ed al Balletto di Bronzo di “Ys”, piena “epoca” Gianni Leone. Non mancano dunque schitarrate ai mille allora, tastiere impazzite, basso e batteria martellanti ed il richiamo del folletto Goblin.

In conclusione “Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark”, all’epoca, non riscontrò un buon successo commerciale, soprattutto se paragonato ai lavori precedenti, ma io consiglio comunque di reperirlo. Un po’ per allargare i propri orizzonti musicali, un po’ per i collezionisti e gli appassionati dei Goblin ed un po’ perché, almeno a me, è piaciuto.

Vanni Versini

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