Evilizers, Solar Quake: recensione

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Quando si parla del Piemonte, di solito, si potrebbe scadere in una sorta di puntata di “Linea Verde” con i prodotti tipici, la FIAT, la Nutella, l’importanza mistica di Torino, ma sappiate che nel freddo Nord Italia pulsa un cuore fatto di acciaio ed elettricità.

Portatori di questa bandiera sono dunque gli Evilizers che, il 26 marzo, daranno alle stampe il loro secondo album dal titolo “Solar Quake” per Punishment 18 Records.

Il disco colpisce, oltre che per il contenuto del quale parleremo a breve, anche per la copertina di Mattia Nidini che ha già prestato la sua arte per gruppi come Manilla Road, Sabotage, Frozen Tears e Pitiful Reign.

La band stessa, composta da Fabio Attacco alla voce, Fabio Novarese e Davide Ruffa alle chitarre, Alessio Scoccati al basso e Giulio Murgia alla batteria, ha infatti descritto molto bene la genesi del secondo disco.

“Solar Quake è un lavoro che porta in dono l’esperienza maturata durante i live dello scorso tour e quindi contiene quello che secondo noi può funzionare in concerto. Questo senza tralasciare il messaggio contenuto nei nostri testi, in cui un appassionato del genere potrà immedesimarsi. Le tematiche trattate sono rivolte a trovare la giusta attitudine per affrontare le avversità e le difficoltà che ogni giorno ci pone. Insomma, pensiamo che la potenza dell’heavy metal classico unita ad un sound al passo coi tempi ed un’evoluzione artistica che non snatura l’essenza stilistica della band porterà sicuramente l’ascoltatore all’headbanging più sfrenato”.

Vediamo dunque assieme il risultato di questa seconda fatica discografica degli Evilizers, tenetevi forte, noi vi abbiamo avvertito!

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Solar Quake: batteria vorticante e riff assassini di chitarra e basso accolgono la voce di un incazzatissimo Fabio Attacco che, avvalendosi anche delle doppie voci e dei cori in sottofondo, ci sferra un pugno sonoro in piena faccia in perfetto stile heavy. Devo poi dire che la sua voce mi ha ricordato quella di un altro Fabio, ovvero Fabio Dessi dei nostrani Arthemis.

Nota particolare va alle chitarre di Novarese e Ruffa che, nonostante la rabbia iniziale, riescono anche a concedersi dei momenti particolarmente melodici per poi ritornare ad una “violenza” in uno stile molto Judas Priest.

U.T.B.: i riff sono molto più thrash e belli granitici, gli anni Ottanta sono una fonte inesauribile di ispirazione, ma vengono arricchite da dissonanze e soluzioni armoniche più moderne andando anche a toccare i territori dell’epic e del death.

Call Of Doom: fiamme che crepitano e suoni orchestrali in stile apocalisse, ma composti da Ennio Morricone, aprono le danze e placano per un attimo la violenza elettrica della traccia successiva.

Chaos Control: la batteria di Murgia scandisce il tempo sugli interventi orchestrali che, lentamente, si dissolvono come neve al sole. Sopra questo Ruffa, Novarese e Scoccati fanno vibrare le corde dei loro strumenti mentre Attacco si sbizzarrisce e dà fondo a tutta la sua energia.

Un po’ come a voler far risaltare maggiormente la traccia orchestrale appena ascoltata. Naturalmente non mancano dei momenti più intimi ed inquietanti con voci pesantemente distorte, arpeggi e chorus che ricordano un perfetto mix tra i primi Metallica ed i cari Black Sabbath.

Earth Die Screaming: i Sabbath tornano di prepotenza con giri più lenti e doom per evidenziare quello che sta succedendo al pianeta. Ecologismo? Forse! Metal? Assolutamente sì, e di qualità anche prendendo ispirazione dai grandi maestri!

Shiver Of Thy Fate: la carica rallenta per un attimo con il basso di Scoccati bene in evidenza e la voce che placa la sua ira facendo balzare alla mente gli Evile più intimi di “In Memoriam”. Seguono poi schitarrate più “allegre” che rimandano a band storiche come gli Iron Maiden e tutto il filone dell’acciaio inglese prima di dissolversi ancora nella quiete.

Terror Dream: la traccia è come un affondo dopo una finta, violenta, ruvida, grezza, incazzata quanto basta come a citare band del calibro di Accept e Sodom con i giusti intermezzi melodici.

Disobey The Pain: l’assalto sonoro è ben strutturato e non lascia nessuno in vita. Avanza inesorabile tra riff ed assoli vorticosi, ma comunque melodici come ci hanno insegnato i cari Megadeth, che “generano” un immediato effetto headbanging. Premete su repeat, ora!

Holy Shit: tra le espressioni più colorite del vocabolario statunitense, qui gli Evilizers ritornano a pescare le chicche migliori dei Judas Priest del periodo “Painkiller” con acuti degni del miglior Rob Halford in stato di grazia e chitarre che non fanno prigionieri.

Time To Be Ourselves: probabilmente un consiglio da ascoltare assolutamente, soprattutto per le ritmiche coinvolgenti in stile New Wave of British Heavy Metal condite dalla giusta dose di wah wah e distorsioni.

Un risultato a metà tra la rabbia stradaiola e gli inni, per usare un inglesismo gli “anthem”, che hanno caratterizzato i brani più famosi appartenenti agli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. A voi la scelta dunque!

Ghost: e c***o se questa è la sorpresa finale. Voci più growl, chitarre ancora più intricate, batteria più forsennata ed un piglio che raccoglie la provocazione del punk mischiandola alle raffinatezze sonore e la rabbia del metal più lanciato.

Parafrasando un celebre film di James Bond, qui siamo di fronte ad un vero e proprio “dal Piemonte con furore” e gli Evilizers ce lo dimostrano per bene con questo “Solar Quake”. Un secondo album più maturo e coinvolgente che, sicuramente, non vedo l’ora di ascoltare dal vivo se la situazione Covid lo permetterà.

La lezione dei grandi maestri è stata appresa alla perfezione dagli Evilizers ed il risultato è comunque coinvolgente ed originale perciò alzate quel f**********o volume per godervelo in tutte le sue sfaccettature.

Vanni Versini
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