“Under A Spell” di Richard Barbieri, recensione

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Il nome del tastierista Richard Barbieri ha cominciato a circolare negli ambienti musicali a partire dalla fine degli anni Settanta legandosi a quello della band degli albionici Japan.

Dopo questa esperienza, il sound di Barbieri ha influenzato migliaia di tastieristi ed è andato perfettamente a nozze con quello di un altro “genietto” inglese. Un ragazzo con gli occhiali di nome Steven Wilson e dei suoi Porcupine Tree.

Oltre ad aver militato in altre formazioni, Barbieri è anche un apprezzato solista il cui ultimo lavoro risale al 2017 con “Planets + Persona” del 2017.

Under A Spell” avrebbe dovuto essere il seguito del disco appena citato, ma il Covid – 19 ha cambiato le carte in tavola ed ha portato Barbieri ad optare per un altro tipo di scrittura e registrazione. Come ha dichiarato lo stesso artista, “l’ho scritto e registrato nel mio studio casalingo, in questo periodo così strano. Il nuovo lavoro è diventato qualcosa di completamente diverso: questo strano album onirico”.

A questo ha poi aggiunto “stavo facendo un sacco di sogni bizzarri e ricorrenti che mi giravano intorno dopo il mio risveglio. Erano basati su questo sentiero nel bosco, che è rappresentato dalla copertina dell’album, un ambiente surreale, deserto, tipo Blair Witch Project. Stai attraversando questi boschi, ti dirigi verso questa luce, quasi come se stessi lasciando la vita. È da qui che è nato il titolo “Under A Spell”, era una sensazione di non avere il controllo totale. Quasi come se i tuoi sogni ti indicassero direzioni che a volte puoi controllare e a volte no”.

Prendiamo dunque un respiro profondo, controlliamo di avere con noi la nostra torcia, magari i più ipocondriaci possono pure fare testamento, ed avventuriamoci in questo luogo surreale che è “Under A Spell”.

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Under A Spell: un brano cadenzato, lento e con dei corridoi sonori che si snodano lungo stanze buie illuminate da un tenue jazz. Sembra quasi che Richard Barbieri prenda per mano l’ascoltatore e gli mostri questo strano percorso, un po’ come per dire “ti piace quello che vedi? Sono io”. Ma la cosa bella è che, come gli iceberg che solcano i Poli, c’è molto di più sotto la superficie dell’acqua e qualcosa si muove in maniera lenta e costante. Il jazz si amplifica, al pari dei suoi riverberi, e poi tutto ritorna come prima.

Clockwork: elettronico e meccanico come un orologio steampunk o gli Who di “Who’s Next”, questo brano si arricchisce di una inquietante voce leggermente distorta in sottofondo. Citazione dei Goblin più inquietanti? Non proprio, ma la tensione e la crescente inquietudine esistenziale ci sono tutte.

Devo dire che ci starebbe davvero bene in qualche videogioco moderno, magari quelli futuristici che mischiano alla trama i meccanismi del gioco di ruolo come dimostra l’onnipresente Cyberpunk 2077. Ma visto che non ci ho giocato ed il mio computer rischierebbe di implodere, vado sul sicuro con la cinematografia del buon vecchio Stanley Kubrick.

Flare: un basso che sembra più un filo dello stendino che sbatte contro una bacinella, un incrinarsi della stessa realtà ed una tromba che ricordano i mentori Chet Baker e Miles Davis all’apice della sperimentazione (oltre che dello sballo).

Accordi decisi di pianoforte, batteria che stacca e stecca, synth in agguato dietro l’angolo, qualche linea di basso fretless. Il jazz ritorna, ma è molto più distorto, progressivo e tenebroso che mai.

A Star Light: prima voce vera e propria del disco, oltre che riconoscibile, è quella della svedese Lisen Rylander Love attiva negli ambienti del jazz, dell’elettronica e della sperimentazione in generale. Da ricordare poi che la stessa cantante ha aiutato Barbieri nella stesura del brano.

Una voce eterea che fa riecheggiare le note del pianoforte, qui assume vaghi connotati in stile Ryūichi Sakamoto o atmosfere da Studio Ghibli. Come se ognuna di esse raccontasse una favola diversa e onirica.

Serpentine: avete presente i Massive Attack? Ma sì, quelli di “Teardrop” tra le varie! Bene, immaginateveli al massimo della depressione e chiusi in una stanza piena di strumenti e, nascosta negli angoli, qualche strana pasticchetta colorata.

Dopo aver mescolato il tutto e lasciato riposare, aggiungete anche Steve Hogarth dei Marillion e ripetete il processo. Buon viaggio!

Sleep Will Find You: le sonorità sono ovattate, lontane, distorte, quasi arrugginite e giocano a rincorrersi in angoli d’ombra e sprazzi di luce. Forse leggermente disturbante, ma da uno che ha suonato nei Japan e nei Porcupine Tree non puoi certo chiedere le canzoni dello Zecchino d’Oro.

Sketch 6: al pari della già citata “Clockwork”, lo stesso Barbieri ha dichiarato che tratta di quello strano momento tra sonno e veglia dove la realtà e la fantasia si intersecano in maniera curiosa ed imprevedibile (tipo un film di David Lynch). Qui gli stacchi assumono un colorito più elettronico al quale si aggiunge un basso cadenzato e dei ritmi che ricordano gli anni Ottanta con la nascente scena dominata dai synth.

Darkness Will Find You: mai ci fu titolo più adatta, piramidi di synth che sembrano fuoriuscire dai peggiori incubi, un andamento che ha tutte le caratteristiche dell’inesorabile e la conseguente “esplosione controllata” che separa le componenti del brano verso la fine.

Lucid: forse dopo il sogno si riacquista la tanto agognata lucidità. Dico forse perché, a quanto pare, nel mondo sonoro di Richard Barbieri non esistono soluzioni facili o scorciatoie. Volete uscire dall’incubo e tornare a casa vostra? Beh, cari miei, dubito seriamente che sia così facile. Che cosa succederebbe se questo continuasse ad inseguirvi? Siete davvero svegli? È questa la vera realtà? Siamo a Twin Peaks?

Una traccia, paradossalmente quasi allegra in alcuni passaggi, che chiude un album molto cupo e sperimentale. Del resto, ricordiamo che Under A Spell è stato registrato durante questi mesi di Covid – 19 e, al contrario dell’album di Steve Hackett, qui il viaggio è molto più mentale di quello che potrebbe sembrare.

“Under A Spell” mi ha lasciato davvero sotto un incantesimo, grazie per gli incubi Richard, ma mi ha fatto pensare anche ad altro. Mi ha infatti ricordato quanto, soprattutto da piccolo, sapevo benissimo che certi film horror erano paurosi ed avrei avuto gli incubi, ma volevo lo stesso provare a guardarli.

Come l’ignoto e la paura che attirano a sé l’uomo qui, anche se lo spettacolo non è dei più colorati, non si riesce a staccare occhi ed orecchie dall’incantesimo sonoro che il mago Barbieri, forse è meglio dire stregone o negromante, ha gettato su di noi.

Consiglio caldamente il suo ascolto a chi è già “pratico” di certe sonorità e nella sua collezione di dischi ha i nomi del neo prog o del progressive metal come Soen, Porcupine Tree, Steven Wilson, Opeth e così via.

Vanni Versini
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