Il potere dell’ironia di Enrico Baj: mostra ellenicamente eretica

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La galleria Pisacane Arte, in associazione con A Me Gli Occhi Arte, ha inaugurato lo scorso 10 Settembre la mostra “Il potere dell’ironia”, esposizione personale di Enrico Baj.
Fra i più importanti artisti italiani, Baj ha attraversato la stagione degli anni Cinquanta e Sessanta accanto ai grandi nomi come Fontana, Manzoni e Klein, erede dello spirito surreal-dadaista e sperimentatore di tecniche e soluzioni stilistiche inedite.
La mostra espone circa 30 lavori, tra cui collage tratti da “Le cravate ne vaoute pas une Médaille”, così come l’intera suite dedicata ai generali piangenti, “Larmes de Généraux”.
Sono opere, quelle di Baj, che di fatto non sono: accadono, piuttosto, come rapporto dinamico.
Il prodotto non può essere l’oggetto in sé, siccome è arte che parla dell’uomo all’uomo; tuttavia, allo stesso tempo, non può essere soltanto un modo (un’espressione) dell’artista e tantomeno un modo (una ricezione) di chi la osserva: questo perché è un’opera che rifugge la stasi, che si serve dell’immobilità riflessiva della storia soltanto per rilanciarla, e potenziare il vigore del suo scorrere furioso.

enrico baj il potere dell'ironia
Personnage de Guerre.


Le produzioni di Baj quindi non stanno: accadono, e si identificano con il rapporto stesso, con la relazione che scorre attraverso l’artista, l’arte, lo spettatore.
L’opera dunque come ponte, come processo attivo, creativo, immaginativo, e dunque libero.
E in fondo sono quadri, quelli di Baj, che ci parlano di libertà, di un’anarchia scanzonata, talmente agile e leggera da scrollarsi di dosso persino l’etichetta stessa di anarchia, per ridursi – o innalzarsi – al puro concetto di essa, senza badare a tediosi confronti con la propria coerenza.
Un’attività libera, ellenicamente eretica: un’opera di scelta, quindi necessariamente di protesta.
Questa forse è la cifra stilistica che costituisce il fil rouge della mostra in esposizione alla Pisacane Arte: al di là dei particolarismi, la necessità di sgretolare gli assunti necessari.
Stiamo parlando, di fatto, degli anni ’60, dove la lotta alla violenza, che sia quella dei dispositivi di Focault, o quella della partitocrazia di critica panneliana, la fa da padrone.
Posta allora la libertà come matrice comune (la stessa libertà propria -sartrianamente parlando- dell’immaginazione, dunque la stessa libertà che permette l’esistenza stessa di un ego, di una coscienza), gli aspetti critici da porre in risalto nelle opere esposte sono fondamentalmente due.
Il primo riguarda la già accennata opposizione alla violenza, arricchita però da sfaccettature emozionali e analitiche di diversa natura.

enrico baj il potere dell'ironia
Due bambini nella notte nucleare.


A primo impatto, infatti, la critica pare essere di stampo sostanzialmente anti-militarista: la goffaggine dei generali, macchiettistica, tronfia, appesantita dal prestigio di medaglie di piombo, più pesanti dell’oro ma di ben minore prestigio, non lascia scampo; e la guerra di certo è tematica calda, eternamente attuale, mai soddisfatta in sé, poiché già in quanto tale presuppone la considerazione di realtà politiche ed economiche sempre a sé stanti, e irrimediabilmente incluse nella critica.
Sarebbe ingeneroso quindi ridurre l’aspetto anti-militarista ad una mera facciata, fatto sta però che la critica voglia essere universale: la guerra è un aspetto di una violenza sottesa, implicitamente sdoganata e cristallizzata nelle forme degli stati.
L’azione violenta e totalizzante del potere, insomma, che tutto logora e annichilisce: l’anti estetica di Baj, le deformità, o ultra-formità, i ghigni, tutto porta all’identificazione con il vorticoso moto del potere, e della sua azione quasi indipendente. Cercando di farsi spazio nel mondo, il potere, ormai entità autonoma, agisce affinché le condizioni del proprio radicamento risultino sempre più favorevoli: e quindi lobotomizza, robotizza, automatizza, in una routine logorante che erode la coscienza, fa dimenticare il proprio dasein, il proprio essere-nel-mondo, e appiattisce l’individuo a l’immagine che lui -e la società- si immaginano di lui, in una spirale apparentemente senza fondo.
Il secondo aspetto, invece, più che essere inerente al merito in sé, risponde a precise esigenze
metodologiche.

enrico baj
Una fotografia d’epoca dello studio di Enrico Baj a Gavirate.


Come pendolo svizzero che oscilli tra Romania e Austria, e cioè tra il dadaismo di Tzara e l’epistemologia di Feyerabend: lo stile di Enrico Baj, in particolare quello dei collage, le sue celebri grafiche, dondola tra la casualità giocosa e l’intenzione anarchica.
Materiali di ogni sorta e foggia, accostamenti folli, ma non schizofrenici; irridenti, ma non sprezzanti; crudi, ma mai macabri; esplosivi, ma mai aggressivi.
“Il potere dell’ironia” è il nome della mostra, ma in fin dei conti, a voler giocare con le parole proprio come dadaisti, si sarebbe potuta chiamare anche “L’ironia del potere“, o ancora “Ironia è potere“: e l’ironia, forse, è davvero l’unico potere possibile, quantomeno nelle forme.
Le forme relazionali di un potere necessariamente libero, poiché immaginativo, creativo, coscienziale; la rivendicazione del proprio potere come spazio eretico dell’espressione; un potere trascendentale, proprio del microcosmo esistenziale tanto quanto del macrocosmo storico-sociale; un potere individuale, dalla ricaduta interamente individuale, e quindi finalmente, intrinsecamente nonviolento: cosa ben diversa dall’essere “non-violento”, espressione ipocrita, definizione in negativo, soggetta al tempo, e quindi potenzialmente corruttibile in eterno.

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