A Hidden Life: Terrence Malick non è mai andato via

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Tante parole sono state spese per definire il lavoro di Terrence Malick, il mistico regista invisibile che mai si mostra all’occhio del pubblico o della stampa: onirico, incomprensibile, spirituale, poetico, magno, pretenzioso. Nella sua lunga e variegata filmografia, il regista col cappello da cowboy (questa l’unica fotografia pervenuta sulla sua pagina Imdb) ha esplorato guerre, conquiste, sogni, infanzie, campagne, amore, evoluzione, ed oggi torna con il suo “A Hidden Life” (2019) nel passato. Siamo in Austria: nazismo, Seconda Guerra Mondiale e un piccolo paese di contadini cinque-case-venti-capre abitato da Franz Jägerstätter e sua moglie Fani, personaggi realmente esistiti sulle cui storie si sono modellati gli eventi della pellicola. Franz è un obiettore di coscienza, non vuole prestare giuramento a Hitler.

Che conseguenze avrà questa scelta sulla sua vita, sulla sua famiglia che tanto ama, sulla sua comunità, su se stesso?

Un regista più “classico” avrebbe raccontato questa azione e le sue ripercussioni morali e spirituali con una precisione narrativa senza dubbio più convenzionale, o comunque prevedibile data una sinossi come questa, ma Terrence Malick, se già non si fosse inteso, non è assolutamente un regista come altri. 

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August Diehl e Valerie Pachner nei ruoli di Franz e Fani Jägerstätter

Oltre al suo stile perfettamente distinguibile quasi fin dagli inizi, di cui parlerò a breve- il cinema Malickiano si caratterizza agli albori per racconti nel passato quali “I giorni del cielo”(1978) ambientato durante la grande depressione, “Badlands” (1973) ambientato negli anni ’50, “La sottile linea rossa” (1998) nella Seconda Guerra mondiale, mentre poi con una delle sue opere magne, “Tree of Life” (2011) si sposta per la prima volta nel presente, o quasi (almeno per una porzione di film). Segue poi la “trilogia” del XXI secolo, (“To the wonder, “Song to song”,  “Knight of Cups”) in cui l’autore sembra perdersi (a mio parere non “qualitativamente”) nel vortice di questo nuovo secolo psichedelico, disorientante, corruttibile, quasi illeggibile. Si provava enorme sofferenza, nel seguire le cadute dei suoi personaggi negli spirali della modernità, sentendo nel sotto pelle quanto anche il buon Terrence fosse, a modo suo, perso in un mondo caotico di cui poco comprendeva le regole.

Senza dilungarmi di più sulla “trilogia” di cui magari potrei parlare un giorno, con l’uscita di “A Hidden Life” (un’epopea di tre ore basata su una storia vera e ambientata durante la seconda guerra mondiale) molti hanno dichiarato il “ritorno di Terrence Malick”. Ciò che intendevano queste headlines era, ovviamente, il ritorno di un Malick maggiormente narrativo, un Malick più facile da seguire, meno perso nelle sue divagazioni visive nei meandri della natura, un po’ erroneamente- a mio avviso.

https://www.youtube.com/watch?v=qJXmdY4lVR0

È “A Hidden Life” meno sfilacciato (sempre, e solo, narrativamente parlando) di un “Song to Song”?

Indubbiamente sì. Ma ciò non significa che sia meno contemplativo, meno un poema di sguardi, meno un’opera su larga scala che riflette la piccolezza dell’uomo dinanzi ai conflitti dell’esistenza. A questo giro senza la fotografia del pluripremiato Emmanuel Lubezki, ma con quella del talentuoso Jörg Widmer, Malick ci mostra attraverso i distinguibili movimenti di macchina, vibranti e pulsanti di vitalità, e le immense inquadrature della natura austriaca che avvolge i nostri personaggi, le tribolazioni di un uomo  e una donna in lotta con la propria moralità e la propria spiritualità. Ci si perde, in questo vero e proprio poema dei sensi, nelle danze del vento e nel fluire dell’acqua, nella durezza delle montagne e nella granulosità della terra. In A Hidden Life si assapora ogni immagine, si volteggia con ogni inquadratura, si soffre con ogni violenza. 

A Hidden Life è un viaggio attorno alla questione (un topos malickiano senza dubbio) della fede e della spiritualità che, nel classico stile del regista, non fornisce risposte, né trae conclusioni marcate, ma si limita a far sentire, a mostrare senza giudizio il dramma umano, a raccontare lo spettacolo naturale come autentica residenza della fede. E qui mi soffermerò come ultimo punto: il grande raggiungimento di Terrence Malick, è riuscire a far sentire senza filtri o compromessi, quale sia l’impatto della sua fede e della sua visione dell’universo: ogni pellicola lascia impressa dentro al petto una sfera luminosa che vibra, scalpita, vive.

Ogni film di Malick è una cattedrale cosmica del sacro, un tramite mediante il quale accedere ad un piano del sentire e del vedere unici nel loro genere, che raccontano con onestà i tormenti e le incertezze di un uomo che si trova a dover mettere in dubbio ciò in cui crede e a combattere sino alla fine per un ideale.  Plauso finale va ai due attori principali August Diehl e Valerie Pachner che con forza e sincerità riescono a raccontare delle gesta di due “piccoli” eroi dimenticati della storia, nelle parole di George Eliot (pseudonimo di Mary Anne Evans) da cui il titolo del film: “…poiché il bene crescente del mondo dipende in parte da atti non storici; e quelle cose non sono così negative per te e per me come avrebbero potuto essere, in parte a causa del numero di persone che hanno vissuto fedelmente una vita nascosta, e riposano in tombe non visitate”.

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