Elephant, il vociare della gioventù di Gus Van Sant – Recensione

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Col suo Elephant, Gus Van Sant mette in luce una ballata dell’adolescenza, il cui ritmo è quello della piena vitalità, dell’attivismo, di voci semplici che intessono col loro mischiarsi o fondersi, una routine fatta anche di vuoti percettibili, di vite quasi mai esenti dal disastro, tutte sancite da uno scorrere e sovrapporsi che grazie ai potenti piani sequenza, che indagano le direzioni, quasi sempre casuali e senza meta, danno i vari punti di vista, il diverso mondo di ogni giovane o ogni coppia di giovani.

Elephant è un vociare della gioventù, dove frasi semplici e quotidiane sottendono sogni, paure, e lasciano un senso d’attesa, come se il mondo dovesse ancora arrivare o da un momento all’altro, finire.

L’arma potente del film di Van Sant non è il ritmo e neanche la sceneggiatura; ciò che rende Elephant straordinario è l’assoluta coerenza di linguaggio e regia, rispetto a quelli che sono i modelli adolescenziali. Egli non scende mai nel cliché, non indaga psicologie né caratterizza particolarmente i personaggi, ma filma quasi come in un documentario, i giovani muoversi nel loro ambiente.

Elephant

Essi sono dei non-personaggi, dei frammenti di un cosmo variegato, che vive negli sguardi, nell’intelligenza delle lezioni, nella vorace voglia sportiva. Una grande eco di desolazione compartecipa con le vicende di questi giovani passionali e interrotti, che sanno essere bulli e amare, insomma mai generalizzati, mai nelle loro caratteristiche totalizzati. E tutti vibranti e tutti sofferenti, perché soli. Soli anche nelle relazioni, dove ciò che comincia a delinearsi come personalità non ha voce e, incomunicabile, si schianta contro il muro dell’altro.

Ed è una solitudine dalle atroci conseguenze, reazionaria sino a picchi di follia che esondano in cieca violenza.

Perché, se è vero che come detto fin ora, Elephant ci regala un affresco empatico ma anche disperato dell’adolescenza contemporanea americana, è anche vero che, l’ultimo quarto d’ora di un film tutto sommato di breve durata è come se esplodesse, come un zampillo di tritolo nel buio contemporaneo della gioventù.

Elephant

Le facce pulite di questi due giovani passano da suonare Beethoven a uccidere in un videogioco, fatto per uccidere, e poi ad armarsi, con un click su internet, in un’America regina della libertà e del sogno, ma anche patria della follia, di un sogno rovesciato, incubo di razzismo e perdita costante dei valori, regressione, decadenza, potere economico che atomizza sin (come in Elephant) le generazioni nuove.

Il finale di Elephant sarà un escalation, per citare Saramago una “Cecità”, corpo contro corpo, senza nessun sentimento o remora o legge morale; una carneficina che chiude tutto, caotica perché come il caos non governabile, non inquadrabile: morte e solo morte, metafora dell’età delle crisi- adolescenziali ma anche economiche, valoriali – che porterà uno dei due baby killer a uccidere l’altro, come frantumando il concetto stesso di relazione; come se il riscatto passi attraverso la distruzione escludendo il concetto di educazione, di regole, di crescita e cambiamento.

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