Il processo ai Chicago 7 [Recensione]

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Scritto e diretto da Aaron Sorkin, il processo ai Chicago 7 narra del processo a carico del gruppo di attivisti passati alla storia con questo appellativo. Protestarono contro la guerra del Vietnam e furono accusati di aver cospirato per causare lo scontro tra manifestanti e Guardia Nazionale avvenuto il 28 agosto 1968 a Chicago in occasione delle proteste alla convention del Partito Democratico.

Il ’68 è noto ormai nella storia come un anno che non necessita di particolari presentazioni. In tutto il mondo è il momento delle lotte studentesche, di scioperi sindacali, della primavera di Praga in Russia. Ma anche per gli Stati Uniti il periodo non è uno dei migliori.

Nel marzo del ’68 il presidente Johnson annuncia che non si ricandiderà. Un mese dopo Martin Luther King viene assassinato. A giugno è il turno di Bob Kennedy. Per di più in estate si raggiunge il picco di soldati impiegati nella guerra del Vietnam. Solo qualche mese dopo Richard Nixon verrà eletto presidente.

A proposito della guerra del Vietnam ci sono altri due aneddoti curiosi ed interessanti di cui si parla in The Post e in Apocalypse Now. Entrambi li trovate nel nostro archivio.

Chicago 7
Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong).

Ora concentriamoci invece sui protagonisti di il processo ai Chicago 7.

Da una parte troviamo i leader di Students for a Democratic Society (SDS) Tom Hayden (Eddie Redmayne, Animali Fantastici, La teoria del tutto, The Danish Girl) e Rennie Davis (Alex Sharp).

Poi abbiamo i volti dello Youth International Party, Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong), il pacifista padre di famiglia David Dellinger (John Carroll Lynch) e i capri espiatori Lee Weiner (Noah Robbins) e John Froines (Daniel Flaherty), gli unici innocenti presenti in aula solo per non far fare brutta figura al sistema.

Così diversi tra di loro, eppure la Convention Democratica del 1968 è forse la prima occasione in assoluto in cui gruppi dalle origini e gli approcci così diversi si trovano fianco a fianco per cercare di coordinare i propri modi di condurre azione politica.

I Chicago 7 diventano 8 quando a loro si aggiunge il leader delle Pantere Nere, Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II), costretto per di più ad un processo ingiusto e per niente imparziale a causa del colore della sua pelle. A difenderli, o almeno ci provano, troviamo invece William Kunstler (un sempre impeccabile Mark Rylance) e Leonard Weinglass (Ben Shenkman).

A farsi paladini della nazione e della “giustizia”, anche quando entrambe sono discutibili sono invece Richard Schulz (Joseph Gordon-Levitt) e Julius Hoffman (Frank Langella). Ma mentre il primo ha una sorta di inversione di rotta sul finale del film, lo stesso non si può dire per l’altro. Anzi, per essere un giudice che dovrebbe agire nel solo nome della giustizia non esita a nascondere la propria opinione e il suo desiderio di condannare coloro che reputa colpevoli.

Chicago 7
Alcuni dei protagonisti di Il processo ai Chicago 7.

Ci focalizzeremo ora sui punti forti, e anche su quelli deboli, di il processo ai Chicago 7.

Togliamoci prima il sassolino dalla scarpa. L’unica pecca di questo film sono le continue digressioni. Tra i flashback e il ritorno al presente si fa faticare a seguire la vicenda. Sarebbe stato più opportuno fare prima una panoramica generale degli eventi, delle ideologie e delle posizioni degli Chicago 7 presi da singoli e poi passare al processo che li ha coinvolti come un’unica entità.

Sorkin fa un ottimo lavoro dal punto di vista della sceneggiatura, il suo cavallo di battaglia, ma non perfetto. La colpa è di quel tono da commedia in un film che tutto è tranne che una commedia.

D’altra parte riesce a fare un lavoro eccezionale con gli attori. Con poche battute e inquadrature a testa, riesce a dare ampio spazio a tutti, senza far emergere qualcuno in particolare per un qualche tipo di simpatia. Basta vedere la breve ma intensa apparizione di Michael Keaton, in qualità di ex procuratore generale degli Stati Uniti.

Come andò a finire per i Chicago 7?

Nei titoli di cosa leggiamo che Abbie Hoffman, Tom Hayden, David Dellinger, Jerry Rubin e Rennie Davis furono giudicati colpevoli di incitamento alla rivolta e condannati a 5 anni di reclusione in una prigione federale.

La corte d’appello del settimo distretto ribaltò il verdetto e fu richiesto un nuovo processo, ma il procuratore si rifiutò di riesaminare il caso.

William Kunstler venne accusato di 24 oltraggi alla corte.

In un sondaggio che si tiene ogni due anni, il 78% degli avvocati di tribunale ritenne il giudice Julius Hoffman “inqualificabile”.

Bobby Seale risultò innocente all’accusa di omicidio di un agente di polizia in Connecticut.

Jerry Rubin divenne un agente di borsa. Nel 1994, morì investito da un’auto mentre attraversava fuori dalle strisce a pochi passi dal campus dell’Università della California.

Abbie Hoffman scrisse un best-seller, anche se il numero delle copie in circolazione non è noto visto che il titolo è “Ruba il libro”. Morì suicida nel 1989.

Tom Hayden fu eletto alla Legislatura Statale della California del 1982. Fu rieletto altre sei volte.

Per quanto la vicenda possa essere ambientata nel ’68 in realtà è estremamente attuale. Come allora infatti, ci troviamo di fronte all’immagine della brutalità della polizia, soprattutto nei confronti dei neri, azioni che hanno alimentato la fiamma del movimento dei Black Lives Matter. Il tutto mentre il destino della nazione è incerto, nei giorni della corsa presidenziale della Casa Bianca.

Tamara Santoro
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