Prison Break, 15 anni dall’uscita di una delle serie più belle mai create

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Uscita negli Stati Uniti nel 2005, Prison Break è una di quelle serie tv che hanno contribuito a cambiare il panorama della serialità grazie alla sua struttura narrativa dinamica e visionaria

Prima di Netflix e delle piattaforme streaming, il mondo della serialità era costellato da prodotti di rare qualità stilistiche. Uno di questi è Prison Break, una delle serie più fortunate e di successo dei primi anni Duemila. Un successo confermato anche di recente, grazie al revival del 2017. Un lavoro di alto livello, ideato e curato nei minimi dettagli. Le scene, anche le più violente, sono spesso la conseguenza di situazioni studiate a puntino. I personaggi sono tutti controversi e straordinari, dove il protagonista Michael Scofield ha risvolti etici, sociali e spirituali, che se solo volesse fondare una religione ci sarebbe una fila di fedeli pronta a seguirlo.

Nelle cinque stagioni di Prison Break si affrontano temi pesanti, sviscerati fino al midollo: amore e odio; giusto o sbagliato; pena di morte; pecche del sistema carcerario americano; istituzioni corrotte; cospirazioni politiche; dipendenza da droghe. Come ogni serie americana che si rispetti, anche il tema razziale/sociale si prende un ruolo nell’intera narrazione. Le celle ed i gruppi del carcere di Fox River sono organizzate basandosi sul colore della pelle. Un tema che poi viene accantonato nel corso delle stagioni, quando le vicende si spostano in Messico, a Panama, a Los Angeles, a Miami e nello Yemen.

La premessa dietro l’intenzione Prison Break è l’aspirazione volontaria al carcere.

L’idea che c’è dietro Paul Scheuring, creatore della serie, è quella di raccontare non semplicemente il mondo carcerario e le difficoltà della vita in una cella, ma la storia di un uomo disposto a tutto pur di difendere e salvare la vita al fratello che, a causa di una cospirazione politica, è stato mandato nel braccio della morte. La sua missione è quella di farsi deliberatamente spedire nella stessa prigione per evadere con lui dall’interno.

Michael Scofield (Wentworth Miller) all’inizio ci sembra un folle: chi è che vuole fingere una rapina in banca pur di andare in carcere dal fratello? Chi è veramente pronto a tutto e rischiare la propria vita per salvare quella delle persone che ama? Episodio dopo episodio, però, la sua intelligenza e il suo ingegno prendono il sopravvento. Scofield è un talentuoso ingegnere ed ha progettato un modo per nascondere la mappa del carcere di Fox River in un tatuaggio sul suo corpo. Un vero genio!

La sua pianificazione di ogni minimo dettaglio, il coraggio dimostrato, l’amore per il fratello Lincoln Burrows (Dominic Purcell), incarcerato ingiustamente e incastrato dai poteri forti, per la fidanzata Sara Tancredi (Sarah Wayne Callies), la dottoressa del carcere che non esiterà di aiutare Michael, per gli amici conosciuti dietro le sbarre Fernando Sucre (Amaury Nolasco) e C-Note (Rockmond Dunbar), rendono Michael una sorta di eroe moderno, conquistandoci sequenza dopo sequenza.

I protagonisti sono imprevedibili: Michael è il fratello che tutti vorremmo avere; Sara e Sucre sono affidabili e pronti a tutto; Lincoln trasuda forza e vendetta. E poi ci sono T-Bag (Robert Knepper), credibile nel suo essere cattivo e viscido, una figura che poi finisci per amare; Alex Mahone (William Fichtner), forse la più bella metamorfosi che si sia mai vista per un personaggio televisivo; un magnifico cambiamento riguarda anche la guardia carceraria Brad Bellick (Wade Williams) e il corrotto agente Paul Kellerman (Paul Adelstein).

A tratti la storia può sembrare un po’ incredibile, abbiamo a che fare con politici e un sistema nazionale statunitense corrotti. Tutti sono disposti a tutto per tenere la posizione ed il potere. Ma nonostante questo, crediamo nei luoghi, nei personaggi e nel modo in cui si comportano e reagiscono alle azioni. Il racconto è ben scritto e dettagliato. Non ha cliché preconfezionati e non è solo una semplice narrazione su dei fuggitivi, ma Prison Break dà un’immagine realistica di ciò che potrebbe essere. Questo anche grazie ad una fotografia impeccabile che regala alla serie un look ed uno stile unico.

Prison Break è pieno di suspense, azione e anche di trame secondarie. Oltre a quella di Michael e Lincoln, anche i personaggi che gli ruotano intorno hanno storie affascinanti.

Sara Tancredi è la dottoressa di Fox River, nonché figlia del governatore con passati problemi di tossicodipendenza. Sucre è stato incarcerato per una rapina a mano armata, mentre stava cercando di ottenere soldi per comprare un anello di fidanzamento alla sua ragazza. C-Note era un sergente dell’esercito, che scoprì le torture illegali di prigionieri, ma quando lo riferì ai suoi superiori lo accusarono dell’importazione di merci illegali e lo imprigionarono in modo che non potesse parlare. John Abruzzi (Peter Stormare) è un membro della mafia, incastrato da un pentito sotto protezione testimoni.

Ma la storia più interessante riguarda Charles Westmorland (Muse Watson), il detenuto più a lungo incarcerato. Fu mandato in ergastolo per un incidente mortale che uccise un adolescente. Tuttavia, Schofield crede che sia D.B. Cooper. Quella di D.B. Cooper è una storia vera degli anni ’70, quando un uomo era riuscito a lanciarsi da un aereo portando con sé oltre 200.000 dollari, cifra davvero considerevole per l’epoca, dopo aver dirottato il volo e sottratto la cifra. L’uomo non è mai stato catturato e il suo nome è sempre rimasto un mistero.

Sono proprio quei soldi nascosti da D.B. Cooper l’obiettivo degli ex carcerati nella seconda stagione, che riprende dove è finita la prima, in cui i detenuti sono in fuga e devono tenere un passo avanti rispetto alle autorità e all’agente dell’FBI Mahone. Ma soprattutto devono nascondersi da “la compagnia” che decide come vanno le cose nel paese e ha un programma tutto suo contro Burrows e chiunque sia coinvolto. Un’associazione di uomini potenti e complottisti che chiuderà il cerchio nella quarta stagione, rivelando la propria natura. Sono proprio Scofield e Burrows che hanno trovato il modo di far cadere l’azienda. Questo con l’aiuto di Mahone, Bellick e gli altri.

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Checché se ne dica, ho apprezzato di gran lunga anche il revival del 2017. L’ho trovata una stagione solida e ben gestita, fedele alla narrativa di Prison Break, nonostante siano stati creati solo 9 episodi al fronte dei 22 delle passate stagioni – 13 nella terza. Con un salto temporale di 7 anni, troviamo una trama nuova di zecca e nuovi personaggi. Ma sempre con Michael Scofield alle prese con un’evasione dal carcere, ma questa volta di Ogygia, in Yemen, paese in cui è in corso una guerra civile. I due fratelli, per mettersi in salvo, devono sfuggire non a “la compagnia”, ma all’IsIs.

Prison Break rimane una delle serie tv meglio scritte di sempre – ed è anche la mia preferita – che fa perno sulla costante tensione negli episodi, rendendo gli spettatori parte attiva dell’azione. È un mix di adrenalina e suspense, ma anche di progettazione e conseguente attuazione del piano, dove l’intelletto ha la meglio sulla forza fisica.

E’ proprio questo che rende speciale Prison Break e che fa la differenza con qualsiasi altra storia carceraria. Una volta che conosci Michael Scofield, non sarà facile lasciarlo andare. L’azione e la suspense restano gli elementi dominanti per tutte e cinque le stagioni, ma Prison Break ha personalità, stile ed emozione. E’ un piccolo gioiello della serialità.

Isabella Insolia
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