The Imitation Game: recensione

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Del 2015 è The Imitation Game, del regista norvegese Morten Tyldum, che racconta la tragica storia di Alan Turing, interpretato da Benedict Cumberbatch.

Candidato, tra gli altri premi, a otto Oscar e vincitore di quello per la Miglior Sceneggiatura non Originale, il film racconta la vita fino ad allora quasi sconosciuta ai più del matematico inglese Alan Turing (Londra 23 giugno 1912- Manchester 7 giugno 1954), l’uomo che grazie al suo genio permise (insieme ad un ristretto team di crittografi, enigmisti e campioni di scacchi) di decodificare i messaggi segreti tedeschi creati dalla macchina crittografica Enigma, durante la Seconda Guerra Mondiale.

La pellicola inizia con l’arresto e l’interrogatorio subiti da Alan nella Centrale di Polizia con l’accusa di atti osceni e attraverso una serie di flashback ci fa rivivere i momenti fondamentali della sua purtroppo breve vita; cioè l’adolescenza solitaria in cui è vittima di bullismo per il suo essere ritenuto “diverso” e in cui ha un unico amico; l’ingaggio da parte dei Servizi Segreti Inglesi per lavorare alla decriptazione dei messaggi segreti tedeschi creati da Enigma con tutte le vicissitudini e i problemi legati a questa fase (i rapporti prima burrascosi e poi complici con gli altri membri del team, l’accusa di essere una spia..) fino al “trionfo finale”, la scoperta da parte delle autorità della sua omosessualità, la condanna e la sua depressione, che lo porterà al suicidio (che non viene mostrato nel film).

The Imitation Game è un esempio perfettamente riuscito della migliore tradizione del film biografico britannico.

La narrazione è lineare, ma allo stesso tempo avvincente, la ricostruzione storica e degli ambienti è accurata, la fotografia perfetta e sembra voglia letteralmente trasportarci indietro di sessant’anni, la regia precisa e attenta ad ogni minimo dettaglio.

The Imitation Game brilla grazie soprattutto grazie agli attori. Tutti perfettamente calati nella parte ed estremamente credibili; su tutti spiccano Keira Knightley (bellissime le scene dello schiaffo e quella della visita a casa di Alan) con la sua consueta intensità e soprattutto Benedict Cumberbatch che riesce, grazie ad una recitazione molto british, ma nel contempo straordinariamente ricca di sfumature rende benissimo la personalità di un uomo tanto geniale, quanto incapace di esprimere i propri sentimenti. Un uomo solo, conscio dell’impossibilità che la sua “diversità” possa essere accettata e perciò profondamente sofferente.

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Questa bellissima pellicola lascia però con l’amaro in bocca. Perché è soprattutto il racconto di un’immensa ingiustizia.

Nei minuti finali sullo schermo appaiono le didascalie che ci ricordano come Turing con il suo lavorò abbreviò la guerra di due anni salvando la vita a quattordici milioni di persone, come la macchina creata per decriptare Enigma non sia altro che la “madre” del computer e che Alan è il padre dell’informatica (come ben sapeva Steve Jobs molto prima dell’uscita del film).

Nonostante questo Turing fu vittima di accuse, processato, punito, indotto alla depressione e al suicidio, infine condannato per decenni all’oblio in nome del segreto di stato.

A poco vale la grazia postuma di Elisabetta II del 2013.

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