Waiting for the Barbarians, recensione

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Waiting for the Barbarians è il nuovo film di Ciro Guerra, uscito nel 2019, approdato nelle sale italiane dal 24 settembre, con protagonisti Mark Rylance, Robert Pattinson, e Johnny Depp.

Una steppa sconfinata, sullo sfondo, come landscape di un presepe natalizio, montagne. Soldati a cavallo, da soli, in quel luogo brullo. All’improvviso, una fortezza: una colonia ai confini del mondo. Ed un uomo, in una casa ricca, un uomo benestante, che decifra simboli di un differente alfabeto.

Quella placida vita di frontiera viene interrotta dall’arrivo del colonnello Joll (Johnny Depp) e da altri soldati dal governo centrale dell’impero, in ispezione. Impeccabile, nella sua divisa blu scuro – d’ispirazione fantasy, a metà fra Lawrence d’Arabia e la marina inglese – e coi suoi occhiali da sole. Tale è la distanza, piccole lenti per non causare rughe, che c’è fra il mondo civilizzato e quello di Mark Rylance, che interpreta il Magistrato, autorità in quella zona di mondo. I cui usi e costumi, sebbene assomigli al deserto dell’Altaj o al Takla Makan, ricordano le zone di montagna al confine col deserto – in Marocco, sull’Atlante, o in Cappadocia, in Turchia. Donne impegnate a filtrare la farina, ad impastare il pane; uomini con capre, pecore. Edifici di mattoni di fango.

Waiting for the Barbarians è un film che procede a passo svelto, e, da una società apparentemente utopica, aggiunge con estrema rapidità il marciume dell’autorità imperiale – dello stato, così lontano da quel luogo, che viene a reclamare, col volto di Depp e di Pattinson (il sottufficiale Mandell), la sua bandiera su quella terra, in cui “barbari” e coloni convivevano pacificamente.

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Come purtroppo accade molto spesso nelle produzioni italiane ad alto budget – gli ultimi lavori di Matteo Garrone, Favolacce – il passo, dal realismo narrativo e aderente alla sofferenza, quasi martiriologica, dei protagonisti, allo scadere nel morboso, è breve. Ed è brevissimo, rapido e dissonante per la sua intrepida e impreparata ascesa, in Waiting for The Barbarians: dalle tenere spedizioni archeologiche, ricostruite, come tutto, da Domenico Sica e Crispian Sallis, del Magistrato si corre, con passo non felpato da deserto ma rumoroso da selciato, ad ogni tipo di più cruenta e creativa tortura che lo Stato è in grado di infliggere ai barbari catturati. Donne, bambini, uomini adulti, vecchi, innocenti – tutti, cui viene tentato di cavare con forza la verità circa una grande spedizione punitiva che i Barbari stanno preparando verso l’Impero. Finalmente, dopo una stagione – il film inizia in estate – , in autunno, i soldati finalmente, ottenuta la loro confessione da un ragazzino, torneranno nella capitale. Il piccolo mondo polveroso sembrerà tornare alla normalità, ma il Magistrato ne resta profondamente turbato: ed una semplice apparizione, quella di una ragazza (Gana Bayarsaikhan) cieca e zoppa fuori casa sua, sconvolgerà ancor più profondamente il suo mondo interiore. Il magistrato la accoglie, e finisce per vedere lei una santa martire – orribile dimostrazione di ciò che i soldati esterni hanno inflitto agli innocenti della frontiera, quei barbari che non sono altro che persone. La ragazza, però, è profondamente infelice, profondamente orgogliosa, profondamente offesa dalle attenzioni paterne che il Magistrato le rivolge: chiederà, così, di tornare a casa.

È questo viaggio nel deserto – la riconsegna di una giovane, a “private affair”, come lo definisce il Magistrato – il vero e proprio casus belli di Waiting for the Barbarians: una buona azione, di pura gentilezza, che, come in tutti i mondi migliori possibili, non può restare impunita.  

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Mescolato ad un passo estremamente cadenzato, rapidissimo, con una regia – quella di Ciro Guerra, colombiano classe ’81 e pluripremiato per Pajaros de Verano – che è più pittorica che cinematografica, Waiting for the Barbarians scorre sullo schermo con estrema dolcezza e naturalezza: chiaroscuri caravaggeschi di Chris Menges percorrono i visi, lisci e innaturalmente pallidi di Pattinson e Depp, e sporchi e rugosi della gente di frontiera, creando così un dualismo manicheo, assolutamente parziale, che caratterizza i personaggi che si muovono nella materia cinematografica. Banalmente, i buoni, e i cattivi. E fra i buoni figurano le vittime: in ogni macchia di sporcizia sul viso della ragazza barbara, nelle sue caviglie martoriate, c’è un grido di vendetta.

Vendetta: è probabilmente la parola chiave per comprendere Waiting for the Barbarians. La vendetta degli indiani d’America, la vendetta dei popoli sottomessi dall’URSS, la vendetta del giusto che viene umiliato per altro tradimento, la vendetta della natura contro l’invasore – tempeste di sabbia nel deserto, ostili ai soldati col cappello e gli abiti di lino. E sulla vendetta è imperniata l’intera figura del protagonista anonimo, il Magistrato, uomo mite ma dotato di infinito onore, che non perde neppure nonostante le umiliazioni che Mandell, col beneplacito di Joll, gli impone. Ed è anche in questo senso che il romanzo originario di John Coetzee (Nobel per la Letteratura), che è anche sceneggiatore del film, si discosta dall’italiano Il Deserto di Tartari di Dino Buzzati – il tema dell’eterna attesa è attualizzato, non è più da trincea, ma è da guerra di logoramento, da caschi blu dell’ONU. Perché, in sostanza, il Magistrato (ruolo per il quale Rylance vincerà premi, sebbene la coppa Volpi sia andata a Favino) è un filosofo dei nostri tempi: è un fine indagatore dell’animo umano, della civiltà, meno che del proprio, tanto da essere incapace di capire, e, dunque, sinceramente amare, il diverso, la donna straniera, così profondamente infelice con lui. Tenta la via dell’anticonformismo, strada lastricata di pietre bollenti che in molti altri hanno tentato, ma fallendo: il che, trovandosi in un’ambientazione a-storica/ucronica, crea un certo scollamento d’intenti con lo spettatore, creando un personaggio archetipale, come lo è l’avamposto nel deserto, ma, in sostanza, privo di basi. Come archetipalmente cattivi e manichei sono, appunto, i personaggi di Pattinson – sempre in grande ascesa, dopo The Lighthouse e Tenet – e di Depp, finalmente credibile caricatura di un militare d’alto rango.

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Il linguaggio narrativo di Waiting for the Barbarians risulta essere piuttosto simile a quello di Pajaros de Verano: carnale, violento, truce, eccessivo – nel sangue, nella rappresentazione della sofferenza e della violenza, nell’indugiare sulle ferite, sull’effetto psicologico e fisico della tortura, che, appunto, intride il film all’improvviso e con vis inaudita ed inaspettata. Ed è questo, purtroppo, un certo lato negativo di Waiting for The Barbarians: la realizzazione dell’iper-realistico che scade nell’irreale. Come in tanto cinema orientale e sudamericano, lo spettatore rimane assuefatto alla violenza, tanto da non rimanerne più colpito, da esserne straniato e disinteressato; va, però, aggiunto, come l’andamento dinamico e rapido del film (merito di un pregevolissimo montaggio ad opera di Jacopo Quadri) controbilanci, con generici momenti di calma e riflessione – bambini che smontano pupazzi di sentinelle sulle mura, galline che razzolano, soldati ubriachi – le morbose accelerazioni fatte di primi piani a ferite purulente e a filo spinato. Il che, comunque, ci porta ad un risultato positivo: un lavoro estremamente ambizioso che riesce, parzialmente, nel suo intento di creare un lavoro inclusivo, antirazzista, attuale, giovane, western, fordiano, epico – sebbene l’eccesso di zelo porti talvolta quanto di prima descritto.

Ci troviamo, ad ogni modo, di fronte ad un grande raggiungimento del cinema italiano, che si è aperto, finalmente, ad un mercato estero in cui può essere concorrenziale: infatti Waiting for the Barbarians risulta essere il film più visto in Gran Bretagna in streaming del 2020. Un film che indubbiamente colpirà molti, disgusterà altri, commuoverà alcuni, influenzerà pochi.

Giulia Della Pelle
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