Tutto il mio folle amore – il sentimentale road movie di Salvatores

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Apparso per la prima volta nelle sale cinematografiche il 24 ottobre 2019, Tutto il mio folle amore del regista Gabriele Salvatores è sbarcato anche su Netflix lo scorso 24 aprile.

La pellicola, il cui titolo – Tutto il mio folle amore – proviene da un verso del brano Cosa sono le nuvole (1967), scritto da Pasolini e cantato da Modugno, si presenta come un tenero e piacevole road movie (genere caro al regista italiano e da lui già sperimentato in larga misura negli anni ‘90) liberamente ispirato a Se ti abbraccio non aver paura (2012), il romanzo di Fulvio Ervas che narra il coast to coast statunitense affrontato a bordo di un’Harley-Davidson da Franco Antonello e suo figlio Andrea, affetto da disturbi dello spettro autistico.

Sinossi – Tutto il mio folle amore:

Vincent (Giulio Pranno) è un ragazzo di sedici anni che vive a Trieste con la madre Elena (Valeria Golino) e col compagno di quest’ultima, Mario (Diego Abatantuono), che, oltre ad adottarlo legalmente, riesce a instaurare con lui un legame speciale fatto di fiducia e genuina complicità.

Fin da subito viene messa in scena la complicata quotidianità di questo nucleo familiare: è evidente, infatti, che Vincent soffra di un disturbo (verosimilmente l’autismo, anche se nella pellicola non viene mai specificato) che lo porta ad assumere atteggiamenti singolari e a richiedere continue attenzioni da parte di Elena e Mario i quali, dal canto loro, non mancano mai di supportarlo, anche nei momenti più difficili in cui il senso di impotenza sembra stremarli.

A sconvolgere le vite dei tre personaggi ci penserà, però, Willi (Claudio Santamaria), il padre biologico di Vincent. L’uomo, soprannominato “il Modugno della Dalmazia” perché si guadagna da vivere cantando il repertorio di Mr. Volare in giro per l’est Europa, una sera decide di piombare in casa loro per conoscere finalmente il figlio, abbandonato prima ancora della nascita.

Elena e Mario cercano di allontanarlo, ma l’improvvisa comparsa del sedicenne e i suoi modi apparentemente strambi finiscono per convincere lo stesso Willi ad andarsene (seppur con una curiosità rimasta insoddisfatta) e a trascorrere il resto della nottata nel suo furgone prima di ripartire per la Slovenia. In questo frangente di tempo, però, Vincent, spinto dalla voglia di relazionarsi col padre e di vivere un’esperienza del tutto nuova, riesce a intrufolarsi nel veicolo all’insaputa di tutti e a diventare, così, il nuovo compagno di viaggio di Willi.

Parallelamente anche Elena e Mario, dopo aver scoperto che Willi ha intenzione di portare Vincent con sé in tournée, decidono di partire alla volta dei Balcani per riprendersi il ragazzo.

Un viaggio tra le diversità – Tutto il mio folle amore:

La prima, doverosa premessa da fare a proposito di Tutto il mio folle amore è questa: non è un film sull’autismo. Doverosa perché la critica che alcuni hanno mosso nei confronti del prodotto di Salvatores riguarda proprio la mancanza di un reale approfondimento sul disturbo del giovane protagonista. Il punto, però, è esattamente questo.

Sebbene le problematiche del sedicenne vengano inevitabilmente a galla nel corso della storia, l’intenzione principale del regista è quella di evitare che siano queste a definirlo.

Vincent non è “il ragazzo affetto da autismo”, ma quello che incrocia il suo vero padre per la prima volta dopo sedici lunghi anni e gli dà la possibilità di inserirsi all’interno della sua ristretta cerchia di affetti. Tutto il mio folle amore è un inno alla “diversità” che non appartiene a uno solo, ma che, nelle sue sconfinate declinazioni, finisce per toccare tutti.

«Visto da vicino, nessuno è normale», sostiene il regista, e ciò che ritroviamo nel suo film è effettivamente il percorso che i quattro personaggi – Willi e Vincent da una parte, Mario ed Elena dall’altra – compiono, seppur con modalità differenti, per arrivare ad accettare le proprie singolarità e trovare il miglior incastro con quelle altrui.

Willi e Vincent:

La chiave del rapporto tra Willi e Vincent è rintracciabile nell’osservazione che il primo fa all’inizio del complesso viaggio di cui entrambi sono protagonisti: «io sono strano, tu sei strano, dove andiamo». Willi, infatti, da subito crea un dialogo alla pari col figlio, poiché riconosce anche in se stesso, nella sua vita sregolata e nella sua assenza di limiti, la medesima scintilla di “stranezza” – per dirla a parole sue – che anima Vincent.

L’inesperienza nel ruolo di padre, inoltre, impedisce all’uomo di avere per il figlio tutta una serie di accortezze e attenzioni che se fino a quel momento lo avevano tenuto al sicuro, avevano finito, però, anche per allontanarlo dalla vita vera. Grazie al viaggio e all’approccio estremamente diretto di Willi, dunque, Vincent si libera finalmente del suo guscio protettivo, spiega le ali ed esce dal mondo ovattato in cui è cresciuto per assaggiare una realtà che, anche quando non combacia perfettamente con le aspettative, ha per lui il sapore della libertà.

Contemporaneamente Willi capisce grazie al figlio di non essere inadatto a quel ruolo che, sedici anni prima, si era rifiutato di assumere e sperimenta un senso di responsabilità che nulla ha a che fare col dovere, ma che nasce in maniera naturale e istintiva nei confronti di chi si ama.

Mario ed Elena:

Anche i personaggi di Mario ed Elena, pur occupando nella pellicola uno spazio inferiore rispetto all’altra coppia, offrono degli interessanti spunti di riflessione. Mario, uomo estremamente equilibrato e attento nei confronti del figlio acquisito, cerca di ridimensionare le preoccupazioni di Elena e, per il bene di Vincent, si lascia andare regalando un po’ di fiducia a quello scapestrato padre biologico che può e deve in qualche modo riscattarsi.

Elena, invece, è una donna forte e tenace che ha sempre vissuto dedicandosi interamente al figlio e che, proprio per questa sua totale e amorevole devozione, spesso ha dimenticato di ritagliare dei piccoli spazi vitali anche per sé: nelle scene iniziali di Tutto il mio folle amore, infatti, ha perennemente il volto stanco e solo in qualche occasione concede a se stessa la possibilità di crollare e rompere, così, quello strato di apatia che quotidianamente l’avvolge e la costringe a muoversi meccanicamente tra i problemi come una sorta di automa.

Grazie al suo rocambolesco viaggio con Mario, Elena scava a fondo nel suo senso di inadeguatezza, cerca di liberarsi dalla paura di perdere il controllo, ma soprattutto entra a poco a poco nell’ottica di una riscrittura di tutti i suoi rapporti, specialmente di quello con suo figlio Vincent.

Tutto il mio folle amore – il sentimentale road movie di Salvatores 1
Claudio Santamaria e Giulio Pranno in una scena di Tutto il mio folle amore

La colonna sonora e la scenografia – Tutto il mio folle amore:

Un ultimo, necessario sguardo va rivolto ai brani musicali e alle location che, all’interno della pellicola di Salvatores, non rimangono in secondo piano, ma dialogano costantemente con le storie dei protagonisti.

La musica è prima di tutto l’unico elemento che, nonostante i sedici anni di lontananza, riesce a tenere vivo il pensiero di Willi nelle menti di Elena e Vincent: il nome del ragazzo, infatti, deriva da una canzone d’amore, Starry Starry Night (Don McLean, 1971), un tempo dedicata dal padre alla madre e successivamente imparata a memoria da Vincent stesso.

La musica è anche una necessità, nel momento in cui permette a Willi di sopravvivere; impossibile, a tal proposito, non menzionare la grande capacità interpretativa di Santamaria che a più riprese si cimenta con le canzoni di un pilastro come Domenico Modugno (Marinai, donne e guai, l’indimenticabile Nel blu dipinto di blu e tante altre ancora).

La musica è infine uno dei tasselli che permette al rapporto tra Willi e Vincent di consolidarsi: “(…) affronterò la vita a muso duro / un guerriero senza patria e senza spada / con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro” (A muso duro, Pierangelo Bertoli, 1979), cantano insieme padre e figlio per farsi forza in uno dei tanti momenti di difficoltà che il viaggio li costringe ad affrontare.

Anche la scenografia trova il suo personale modo di essere funzionale al racconto: le distese aride e infinite dei Balcani, le strade spoglie e i luoghi abbandonati che Willi e Vincent da una parte e Elena e Mario dall’altra attraversano coi mezzi più disparati fanno sì che l’attenzione dello spettatore non si disperda, ma si concentri sui dialoghi e sulle continue riflessioni introspettive dei personaggi che riescono perfettamente a fare da contrappeso al “vuoto” paesaggistico.

La presenza di un confine geografico (quello tra la Slovenia e la Croazia) che Willi e Vincent devono superare è inoltre fortemente metaforica, come suggerisce il regista stesso: i due, nell’attraversarlo, non passano solamente da un territorio all’altro, avvicinandosi fisicamente al loro obiettivo, ma anche da un’iniziale e reciproca condizione di estraneità a un’intimità profonda e sincera, a quell’amore che il titolo pasoliniano di questo piccolo gioiello di Salvatores definisce “folle”, poiché spinge ciascuno a scrollarsi di dosso la propria inadeguatezza e a reinventarsi senza limiti pur di raggiungerlo.

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