Varego: cronache di un disco omonimo

| |

Siamo nella provincia di Genova nel 2009 e, come succede in molte altre realtà italiane e non, un gruppo di ragazzi si trova a formare un gruppo per esternare le proprie passioni sonore. È questo dunque il caso dei Varego che, dopo una serie di “ovvi” cambi di formazione, giunge alla forma perfetta del trio.

Dopo anni di ascolti e tributi a band di ieri e di oggi, italiane e straniere, che vanno dai Death SS fino ai Mastodon e passando per i Voivod, la band Varego ha dunque pubblicato vari album ed EP arrivando fino al disco omonimo del quale vi parlerò a brevissimo.

Anzi, lascerò che sia la stessa creatività di Davide Marcenaro (voce e basso), Alberto Pozzo (chitarre) e Simon Lepor (batteria) a parlare. Una combinazione davvero esplosiva che, in pochi giorni ed in presa diretta, ha registrato il disco presso il Greenfog Studio sotto la supervisione di Mattia Cominotto. A voi la parola dunque:

Tunnel: traccia che apre il disco dei Varego, potete anche gustarvi il lyric video su YouTube, e che apertura! Sirene antiaeree si spandono in giro per lasciare poi il passo a schitarrate cattive e linee vocali in alternanza a parti più melodiche ed altre più cupe e gutturali.

L’assalto sonoro è dunque di matrice prettamente doom e stoner, lento e costante, pronto a colpire al basso ventre come una fredda coltellata. Il risultato finale è paragonabile ad una particolare commistione tra gli Sleep, o gli Om se preferite, più lisergici ed i Dream Theater più cattivi (primo periodo Mike Mangini per intenderci).

Limbo: chitarra in palm muting ed armonici aprono le danze elettriche del secondo brano. Qui Marcenaro, a livello vocale, si avventura in territori affini sia a Jonathan Davis dei Korn che a Maynard James Keenan dei mai abbastanza osannati Tool e progetti paralleli.

Dal punto di vista strumentale, i giri di Pozzo alla chitarra e di Lepor alla batteria, portano anche in evidenza una certa ispirazione tipica dei primi vagiti dell’heavy metal britannico. Oltre ai mitici Black Sabbath, infatti, si possono udire in lontananza anche gli echi dei “bistrattati” Angel Witch.

Death: articolati intarsi di chitarra, con le giuste note di basso a sancire l’arazzo sonoro, si fanno strada per vie zigzaganti che arrivano dritte alle orecchie dell’ascoltatore.

La cosa bella, però, sono senza alcuna ombra di dubbio le parti corali che si ergono al di sopra delle nuvole nere di carica elettrica e distorsione. Una scelta che lo scatenatissimo, oltre che folle, Devin Townsend non mancherebbe certo di apprezzare!

Needles: un gioco di richiami tra distorsioni pesante e grezze, ma non troppo, fa da sottofondo ad una voce davvero più incazzata ed una traccia leggermente più aggressiva delle precedenti.

Rabbia che poi lascia il suo spazio ad un gusto melodico, soprattutto per quanto riguarda il cantato, davvero sopraffino con dei riff di chitarra elettrica che esaltano tutta la preparazione tecnica della band.

One: intro che rimanda vagamente ai cari vecchi Motörhead, ma inseriti in un contesto quasi più “industrial” e moderno con i giusti accenti alternativi. Voci ossessive ed inquietanti che gridano in faccia alla strumentazione, e viceversa, come ci avevano abituato gli Alice in Chains ai tempi di Layne Stanley.

Wave: traccia più lunga del disco dei Varego, sfiora i sei minuti e mezzo, che si apre con delle onde che si infrangono sugli scogli. Non si fa neanche in tempo a formarsi la schiuma bianca che subito il trio parte ai mille chilometri orari con sonorità più vicine al death più grezzo come potrebbe testimoniare un poliedrico Mikael Åkerfeldt tra Opeth e Bloodbath.

Raptus (un passo e muori): per un attimo le distorsioni vengono lasciate da parte e si dà spazio ad una chitarra più malinconica ed effettata con tanto di chorus, riverbero e delay.

Varego: cronache di un disco omonimo 1

Altro punto di svolta è il cantato che, ora, è in italiano invece che in inglese. Inizialmente le atmosfere sono tipiche dei Goblin, quando cantavano ovviamente, ed i Lateral Blast, rilassate e poetiche, ma la carica elettrica è come cercare di contenere un uragano in cantina. Semplicemente, in una maniera o nell’altra, sfonderà la porta e prenderà di mira tutti i presenti. Schiacciate ora il tasto “repeat” e fatelo ancora un altro paio di volte per gustarvi l’assolo finale!

In conclusione che cosa ci lascia l’ascolto dell’album omonimo dei Varego? Sinceramente è davvero un album al passo con i tempi senza però dimenticare le lezioni dei grandi maestri quindi piacerà sicuramente sia agli appassionati di prog vecchia scuola che di quella più moderna. A voi l’ascolto dunque!

Vanni Versini
Previous

Futura, il jazz-thriller di Lamberto Sanfelice | [Recensione in Anteprima]

Euro 2020 (+1): musica ragazzi

Next

Lascia un commento