“Il caso O.J. Simpson”: la vera storia che ispirò la serie di Ryan Murphy

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Il successo di Ratched, da poco disponibile su Netflix, è una delle tante prove del talento di Ryan Murphy, suo autore e padre di altri capolavori come American Horror Story, Pose, Hollywood e l’antologia American Crime Story. Quest’ultima si compone di due stagioni: Il caso O.J. Simpson e L’assassinio di Gianni Versace, mentre una terza (Impeachment) è in produzione. Tutte e tre sono ispirate a vicende realmente accadute.

Il caso O.J. Simpson andò in onda per la prima volta nel 2016 sul canale statunitense FX, mentre in Italia viene trasmesso su Fox Crime e l’anno seguente su Rai 4. La serie si compone di una stagione contenente dieci episodi ed è attualmente usufruibile su Netflix.       
Nel cast spiccano Cuba Gooding Jr. (O.J.), Sarah Paulson (Marcia Clark), John Travolta (Robert Shapiro), David Schwimmer (Robert Kardashian), Selma Blair (Kris Jenner), Connie Britton (Faye Resnick), Sterling K. Brown (Chris Darden), Christian Clemenson (William Hodgman), Nathan Lane (F. Lee Bailey), Courney B. Vance (Johnnie Cochran), Kenneth Choi (Lance Ito), Evan Handler (Alan Dershowitz) e Bruce Greenwood (Gil Garcetti).

o.j.

Il caso O.J. Simpson rivela molto di sé già dal titolo; è la fedele riproduzione di quanto accaduto nel 1994, anno dell’omicidio di Nicole Brown e Ron Goldman da parte dell’ex giocatore di football americano Orenthal James “O.J.” Simpson.  

Quello che coinvolse O.J. Simpson fu un percorso giudiziario travagliato che finì per diventare un vero e proprio evento mediatico, il cui esito divise le opinioni di migliaia di cittadini americani in due correnti: quella innocentista e quella colpevolista.

Il 13 giugno 1994 furono rinvenuti a Brentwood, distretto di Los Angeles, i cadaveri martoriati di Nicole Brown e Ron Goldman, rispettivamente l’ex-moglie di O.J. ed un ragazzo venticinquenne che lavorava come cameriere in un ristorante. Apparentemente la Brown era rincasata dopo una cena con la madre e aveva dimenticato gli occhiali da sole nel locale; telefonando, ottenne la disponibilità del cameriere Ron Goldman a riportarle gli occhiali direttamente a casa.

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Ron Goldman e Nicole Brown.

Simpson, primo sospettato dalla polizia, aveva preso un aereo diretto a Chicago non molti minuti prima della mattanza e tornò a Los Angeles ore dopo, dove fu condotto alla centrale di polizia ma subito rilasciato.

Approfittando di questo lasso di tempo, O.J. fuggì con la sua Ford Bronco sull’autostrada 405, dando vita all’evento mediatico che fu rinominato “The Bronco chase“; milioni di spettatori seguirono in una trepidante attesa l’inseguimento di O.J. e del suo amico A.C. Cowlings, proprietario dell’automobile, da parte della polizia.

Mentre Cowlings era alla guida, Simpson minacciò più volte di uccidersi puntandosi una pistola alla tempia. Rimase per un’ora in macchina anche quando decise di fare ritorno alla sua residenza, per poi arrendersi e farsi arrestare.

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I primi sospetti sulla colpevolezza di O.J. non tardarono ad arrivare.

Furono diverse le prove rinvenute sulla scena del crimine che misero O.J. nella posizione di unico sospettato, come le tracce di sangue rinvenute in giardino compatibili con il suo Dna e un paio di guanti, anch’essi ritrovati sulla scena del crimine, che gli furono fatti indossare durante il processo per verificarne la vestibilità.

A giocare un ruolo fondamentale fu anche la consapevolezza del trascorso tormentato di O.J. e della sua ex-moglie, in quanto lui era stato più volte accusato di violenze coniugali; testimoni di ciò furono dei diari di Nicole, dove lei stessa raccontava le angherie subite, e la registrazione di una telefonata da lei fatta al 911 in cui, palesemente spaventata, chiedeva aiuto affermando che O.J. era entrato dentro casa minacciandola.

Per la sua difesa O.J. si avvalse di un prestigioso team di avvocati, a capo di cui c’era Johnnie Cochran.

Tra gli altri nomi illustri in quello che fu rinominato dream team ci furono quelli di Robert Kardashian. Robert Shapiro, F. Lee Bailey e Alan Dershowitz. Kardashian, in particolare, era amico di O.J. dai tempi del college; la sua ex-moglie Kris Jenner era una delle migliori amiche di Nicole Brown e il fatto che Robert prendesse le difese di O.J. incrinò i buoni rapporti in cui erano rimasti dopo il loro divorzio. Lo stesso Kardashian, in un’intervista fattagli da Barbara Walters anni dopo il crimine, ammise di aver avuto dei dubbi sull’innocenza del suo ex-amico.

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L’accusa fu a carico di Marcia Clark e Chris Darden.

La Clark ebbe un rapporto burrascoso con i media, che puntarono l’attenzione su di lei in quanto unica donna coinvolta nell’ambito legale di quel processo. Lei e Darden fecero puntarono sulla personalità violenta di O.J. e dovettero impegnarsi duramente per tentare di convincere la giuria che le accuse rivolte a Simpson non dipendevano da una matrice razzista, questione della quale furono convinti in molti. A tale proposito Mark Fuhrman, investigatore che ritrovò un paio di guanti sporchi di sangue sul luogo del delitto, fu accusato di aver manomesso tale prova, premendo sul fatto che furono ritrovati delle registrazioni contenenti frasi estremamente xenofobe pronunciate da lui.

Il fattore del razzismo fu strumentalizzato per distogliere l’attenzione da tutte le prove che erano state trovate a sfavore di O.J.; non furono poche le persone che, seguendo il processo tramite i mass media, sostennero la presunta innocenza di O.J. rivendicando le oppressioni sociali continuamente subite dalla comunità nera. Per loro, il fatto di voler colpevolizzare O.J. non era altro che un ennesimo tentativo di oppressione da parte dei bianchi.

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L’esito del processo non fu soddisfacente per tutti coloro che erano fermamente convinti della colpevolezza di O.J.

La giuria, composta da sette afroamericani, quattro caucasici e un ispanico, emanò un verdetto proclamante l’innocenza di O.J. in un tempo inferiore alle ventiquattro ore; la velocità con cui sentenziarono il finale di tutta la storia sconcertò l’opinione pubblica.

O.J. fu successivamente arrestato nel 2007, dopo aver tentato il furto di alcuni cimeli da una stanza d’hotel che, come da lui affermato, gli appartenevano. La condanna che gli fu imposta verteva sulle accuse di rapina e sequestro di persona, per un totale di trentatré anni. Fu poi scarcerato nel 2017, per proseguire gli anni restanti in libertà vigilata.   

Giulia Di Persio
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